PERSONAGGI. GINO BARTALI: COSÌ LO RICORDA IL FIGLIO ANDREA MIO PADRE GINETTACCIO |
Pio XII gli chiese di candidarsi nella Dc, ma lui rispose: «Se dico di no a lei è un po' come se lo dicessi a Gesù, ma devo farlo. Non voglio tradire una parte dei miei tifosi».
Quando a Firenze nel 1966 l'Arno straripò, si portò via buona parte dei trofei che Gino Bartali aveva conquistato in oltre vent'anni di carriera. Ma lui non se la prese più di tanto. «Mio padre diceva sempre che le glorie terrene sono state conquistate sulla terra e sulla terra devono restare», ricorda il figlio Andrea. Così, quando il 5 maggio del 2000 lasciò questo mondo, il vecchio campione, che era stato terziario carmelitano, chiese di essere sepolto solo con il mantello usato dai frati. Ma Andrea non rispettò la sua volontà: «Siccome papà aveva sempre i piedi freddi a forza di pedalare in montagna, mi sono permesso di mettergli un paio di calzini». Sono stati ottantacinque anni straordinari quelli vissuti da "Ginettaccio", anni che presto saranno ripercorsi da una fiction prodotta dalla Rai e presentata al recente Festival del Cinema di Stresa. Bartali sarà interpretato da Pierfrancesco Favino, apprezzato di recente per la sua partecipazione all'ultimo film di Michele Placido, Romanzo criminale. La regia è stata affidata a uno specialista delle fiction "storiche", Alberto Negrin, l'autore di Perlasca e di Il cuore nel pozzo. Così salvò centinaia di ebrei Tra gli invitati alla presentazione c'era anche Andrea Bartali, vera "memoria storica" del padre. Con lui abbiamo parlato del Bartali "privato" e in particolare del suo impegno durante l'ultimo conflitto mondiale per salvare la vita a centinaia di ebrei e rifugiati politici, un'attività a cui la fiction in preparazione dedicherà grande spazio. «Papà era iscritto all'Azione cattolica e così quando il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa organizzò una rete per aiutare i rifugiati a espatriare procurando loro dei documenti falsi, fu naturale pensare a lui come staffetta». Così Bartali iniziò a trasportare, nascosti nella canna della sua bicicletta, foto e documenti da Firenze a Genova, da dove i rifugiati si imbarcavano per il Portogallo o gli Stati Uniti. Se qualche fascista lo fermava lungo il tragitto, diceva che correva per tenersi in allenamento. Come copertura era perfetta. «Per lui era un allenamento a tutti gli effetti. Allora non c'era l'autostrada e per raggiungere Genova doveva percorrere diversi passi appenninici. Calcolava meticolosamente i tempi e ogni volta cercava di migliorarli». Dopo lo sbarco degli Alleati, la rete del cardinale Dalla Costa, che nella fiction avrà il volto di Carlo Giuffré, si spostò lungo la linea gotica e così anche Bartali cambiò i percorsi dei suoi "allenamenti": da Firenze andava ad Assisi nei conventi dei frati dove si nascondevano gli ebrei in attesa di passare il fronte. Una volta andò anche in un convento di clarisse. La "staffetta" dei frati Ricorda Andrea: «Ad Assisi c'è ancora una suorina che ha conosciuto papà. Si chiama Alfonsina, ha quasi cento anni e quest'anno l'ho incontrata con mia madre. Ci ha detto che ricordava benissimo la voce di mio padre quando arrivò in convento per lasciare i documenti falsi». Spesso i frati chiedevano a Bartali di andare in avanscoperta per vedere se c'erano posti di blocco. «Una volta lo mandarono in un paesino dell'Abruzzo, Rivisondoli. Lì viveva un sacerdote conosciuto come "il frate dei contrabbandieri", perché molte persone che facevano la borsa nera andavano da lui a confessarsi. Tramite questo sacerdote, papà incontrò alcuni contrabbandieri che accettarono di aiutare un gruppo di rifugiati a passare il fronte». Le avventure per Bartali non erano ancora finite. Una mattina a Firenze venne convocato dal Reparto Servizi speciali guidato dal maggiore Mario Carità, uno dei più feroci torturatori fascisti. «Papà ci diceva sempre che chi entrava lì dentro quasi sempre usciva in posizione orizzontale. Era terrorizzato, perché pensava che avessero scoperto la sua attività di staffetta. Invece lo accusarono di borsa nera, perché papà inviava regolarmente viveri ai rifugiati. Per fortuna un collaboratore di Carità che lo conosceva, garantì per lui». Ma ormai restare a Firenze era troppo pericoloso e così Bartali partì per Roma, dove sperava di trovare ospitalità in qualche convento. Appena fuori dalla città incontrò un gruppo di partigiani. Gli dissero che in un edificio, Villa Volpi, c'erano circa cinquanta soldati inglesi che presto sarebbero stati scoperti dai tedeschi che stavano circondando la zona. Bartali non ci pensò due volte: si vestì da fascista, raggiunse gli inglesi e con loro passò davanti ai soldati tedeschi, dicendo che erano suoi prigionieri. «Quando gli inglesi arrivarono a Firenze, una delle prime persone che il loro comandante volle incontrare fu mio padre. Lo ringraziò per avere salvato la vita ai suoi soldati». Coppi aveva la tessera della Dc Un po' alla volta Bartali riprese a correre regolarmente nell'Italia liberata e quando la guerra finì poté finalmente tornare a misurarsi con il suo storico rivale, Fausto Coppi. In un mondo ormai diviso in due dalla cortina di ferro, la rivalità fra i due ciclisti per i giornali doveva per forza essere anche ideologica. «Siccome era nota la militanza nell'Azione cattolica di mio padre, scrissero che Coppi stava a sinistra. In realtà, mentre Coppi aveva in tasca la tessera della Dc, mio padre non si iscrisse mai a nessun partito», ricorda Andrea. Un'indipendenza dalla politica che Bartali confermò in modo clamoroso prima delle elezioni del 1948, quando rifiutò di candidarsi per la Dc. La richiesta gli era arrivata da papa Pio XII in persona. «Era soprannominato "il Papa degli sportivi" e in particolare amava il ciclismo. Papà lo conobbe attraverso un altro militante dell'Azione cattolica, Bartolo Paschetta. Quando Pio XII lo convocò e gli chiese di candidarsi, mio padre rispose: "Santità, se dico di no a lei è un po' come se lo dicessi a Gesù Cristo, ma devo farlo perché non voglio tradire una parte dei miei tifosi"». L'incontro con Giovanni XXIII Dieci anni dopo, anche il nuovo Papa, Giovanni XXIII, che nella fiction avrà il volto di Lino Banfi, volle incontrare il campione che ormai si era ritirato. Ricorda Andrea: «Il Pontefice si avvicinò a papà e gli disse scherzando: "Senti, Gino, io sono di costituzione un po' robusta, qui in Vaticano ci sono tanti giardini, ho una bici, ma non so andarci tanto bene. Se tu mi aiutassi...». Anche Giovanni Paolo II, da vecchio sportivo, aveva un debole per Bartali. Quando nel 2000, in occasione del Giubileo, il Giro d'Italia partì da Roma, il Papa volle incontrare i corridori. Nel suo discorso disse: «In questo momento il pensiero va spontaneamente a Gino Bartali, recentemente scomparso, grande figura di sportivo, di cittadino esemplare e di convinto credente». Per interpretarlo al meglio, Piefrancesco Favino si è sottoposto a tre mesi di durissimo allenamento, sotto la guida di Luigi Bielli, ex ciclista professionista e tecnico della Federciclismo. Chissà se da lassù Ginettaccio qualche volta avrà bofonchiato uno dei suoi proverbiali «l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare». di Eugenio Arcidiacono |
Notizia dalla rassegna stampa del sito www.fraticappuccini.it |