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Il professor Amer Al Hafi è un accademico riconosciuto a livello internazionale. Palestinese, musulmano, insegna religioni comparate ad Amman. «L'Islam e l'Europa devono guarire la memoria e riscoprirsi. Le guerre in nome della fede sono in realtà conflitti meramente politici»

 

Il professore Amer Al Hafi, giordano, è un accademico conosciuto anche in diversi Paesi europei. Fra l’altro, anni fa, ha avuto anche la possibilità di trascorrere un breve periodo a Roma, dove ha compiuto alcuni studi presso la pontificia università Gregoriana. Oggi, ad Amman, oltre all'attività accademica come professore di religioni comparate, dirige il Comitato di ricerca del Royal institute for interfaith-studies, fondato dal principe Hassan, fratello del defunto re Hussein, molto attivo in ambito interreligioso da vari decenni.

In questi giorni il prof. Al Hafi ha presentato un intervento, molto apprezzato, sul tema del dialogo interreligioso nella prospettiva dell’Islam a circa cinquecento membri del Movimento dei Focolari provenienti da tutte le nazioni del Mediterraneo meridionale, dalla Grecia all’Algeria (eccezion fatta per Libia e Tunisia), oltre che Marocco, Siria, Giordania, Iraq ed Emirati Arabi. Al termine del convegno gli abbiamo rivolto alcune domande.

L’Islam sta attraversando una fase delicata, ma molto importante. Quali sono le caratteristiche di questa fase?

«I musulmani non possono ignorare la situazione in cui vive l’umanità in questo momento. È una situazione politica e culturale di globalizzazione. Ci sono anche modi nuovi di pensare e agire che coinvolgono aspetti sconosciuti o marginali fino a qualche decennio fa: la questione della donna e dei suoi diritti, la libertà religiosa e i diritti umani in senso lato. All’interno dell’Islam dobbiamo capire come armonizzare tutto questo con la nostra fede e la nostra tradizione musulmana.

«Senza dubbio, molti aspetti della nostra fede e tradizione ci collegano alle diverse questioni che sono dibattute oggi nel mondo globalizzato. L’Islam, per esempio, ha avuto un suo modo di rispettare i diritti umani. All’interno di Stati a maggioranza musulmana sono vissuti e vivono ancora cristiani ed ebrei. Tuttavia, dobbiamo anche noi rivedere alcuni atteggiamenti ed espressioni. Per esempio, nel mondo odierno, non è ammissibile definire kafer, infedele, chi non è musulmano. Si tratta di un termine coniato in contesti completamente diversi dal nostro. Come musulmani dobbiamo raggiungere un accordo per garantire agli altri il diritto di essere diversi da noi. Si tratta di un passo coraggioso: sviluppare la nostra terminologia tradizionale in modo da rispettare i diversi popoli e le loro tradizioni e modi di credere».

Anche da parte degli altri è necessario cambiare certi atteggiamenti?

Ovviamente, anche gli altri devono cambiare certi atteggiamenti verso di noi. In Occidente, i media, oltre che i libri, spesso offrono un’immagine negativa dell’Islam, identificando i musulmani come terroristi. È necessario riflettere sul fatto che l’Islam è parte dell’eredità dell’Europa. Lo dico proprio perché, oltre ad averlo studiato sui libri, me ne sono reso conto ancor di più durante il mio soggiorno in Italia. Da parte mia, non posso nascondere che il cristianesimo è parte del mio essere uomo e mi pare importante che da parte cristiana e occidentale si possa affrontare un approfondimento dell’Islam senza contenuti o colorazioni di carattere distorto. In generale, comunque, ci sono ancora molti ostacoli che dobbiamo superare fra le diverse tradizioni religiose, soprattutto nella nostra regione, in particolare con la questione di Israele e del mondo ebraico. Se riusciamo in questo intento potremmo davvero essere, come musulmani, testimoni di pace. Islam, infatti, significa pace. Dobbiamo lavorare tutti insieme per creare, in questa parte del mondo, una scuola di pensiero positivo gli uni verso gli altri».

Come vede il rapporto fra Occidente e Islam?

«Come musulmani non siamo ancora riusciti a guarire dalle ferite della memoria. Identifichiamo l’Europa con le crociate, quindi con un trascorso molto lontano e siamo bloccati da questi ricordi. D’altra parte, anche gli europei hanno un problema simile, si attaccano a quanto successo in un passato spesso molto remoto. Inoltre, per quanto ci riguarda, c’è stato il colonialismo e questo ci porta a identificare la gente dell’Europa con quelli che ci rubano la terra. Lo stesso vale per l’impero ottomano. Come musulmani eravamo ben coscienti che l’Europa camminava già da molto tempo verso la modernizzazione. Alcuni arabi, notando questo processo, hanno incoraggiato giovani a studiare e formarsi in Occidente. Conflitti interni all’Islam, tuttavia, hanno impedito una vera comprensione dell’Occidente nel nostro contesto arabo e questo, fra l’altro, ha costituito un ostacolo per il nostro sviluppo. A fronte di questo, non dobbiamo dimenticare che lo sviluppo della cultura europea moderna è molto legata all’Islam, per via delle scuole e dei centri della Spagna del Medio Evo. Il continente europeo ha, dunque, studiato e imparato dal mondo musulmano.

«Anche noi, come musulmani, dobbiamo ora essere aperti al mondo europeo e occidentale in genere, pur sapendo e riconoscendo che non tutto quello che ci viene offerto in questo incontro è buono e può essere utile per noi e per la nostra cultura e società. Questo, tuttavia, non giustifica un rifiuto di quello che viene da quella parte del mondo. Non è giusto ridurre a degli stereotipi, minimizzandola, una civiltà come quella dell’Occidente. Del resto, non è ammissibile che in Europa o negli Usa si crei un'immagine che identifica l’Islam con Bin Laden. Il punto cruciale è che tutti, senza distinzione alcuna, dobbiamo superare le nostre rispettive ignoranze e scoprirci l’un l’altro per ciò che siamo realmente».

Come è nata a maturata la sua scelta per lo studio e, successivamente, l’insegnamento delle religioni comparate?

«È un’idea nata dalla mia esperienza personale con la religione. Fino ai 16 anni non ero particolarmente portato alla religione. A quell’età ho cominciato a pormi delle domande profonde sul mio essere e su Dio. Anche mio padre non è mai stato praticante e, dunque, ho dovuto cercare da solo le risposte ai quesiti che mi ponevo ed ho capito che era importante trovare la mia via alla religione e al credere. Ho cominciato a informarmi sull’Islam e sono diventato un musulmano convinto. Due anni più tardi, durante i miei studi in Algeria, mi sono reso conto che la materia dello studio comparato delle religioni poteva rappresentare il modo migliore per rispondere ai miei quesiti.

«Per esempio, una domanda molto concreta riguardava l’ebraismo. Come potevano degli ebrei credenti e praticanti aver buttato fuori la mia famiglia dalla terra che ci appartiene. Infatti, siamo palestinesi e la mia famiglia ha dovuto lasciare la sua casa e trovare rifugio in Giordania. Dovevo trovare delle ragioni a tutto questo e ho studiato il problema. Piano piano, ho capito che il conflitto non ha a che fare con la religione. Un po’ come le crociate: non si è trattato di un confronto fra le religioni, ma di questioni politiche travestite di religione. Nello stesso modo, mi sono progressivamente reso conto che le religioni spesso vengono usate per coprire altri interessi. Questo mi ha fatto capire che l’ebraismo e gli ebrei non sono miei nemici, in quanto fedeli di una religione. Attualmente, per esempio, ho delle video-conferenze regolari con quindici rabbini, coi quali parliamo delle nostre fedi e pratiche religiose e ci confrontiamo su vari argomenti».

Qual è stata la scoperta più interessante in questo cammino di ricerca?

«Ho compreso che le religioni dovrebbero essere dei ponti, piuttosto che alzare delle barriere fra gli uomini. Qui sta la vera natura della religione. Infatti, studiando le diverse tradizioni religiose, mi sono reso conto che il senso religioso è una questione molto profonda nell’uomo. È vero che ci sono stati e ci sono conflitti in nome della religione, ma sono causati da quelli che potremmo definire "cattivi seguaci" di una tradizione. D’altra parte, i "bravi seguaci", spesso, stanno seduti in un angolo, senza far nulla per diffondere i motivi del vero spirito religioso».

Cosa significa questo per lei musulmano?

«Come musulmano, tutto questo mi ha fatto sentire la responsabilità di far conoscere e capire quale sia il vero spirito dell’Islam. Studiare la religione mi dà molta pace e mi spinge ad amare Dio, sempre di più. Infatti, Dio ci procura molti doni senza che noi, spesso, ce ne rendiamo conto. Per esempio, non esiste un solo tipo di uomo, un solo Paese, un solo mare, un solo fiume. Ce ne sono migliaia, milioni. Lo stesso vale per i frutti, ce n’è una miriade. Ma se ne assaggiamo uno solo, magari sempre lo stesso, non riusciamo a renderci conto della ricchezza che Dio ci offre. Nello stesso modo, nelle religioni io trovo il significato più profondo della verità, vista da diversi punti di vista. Nuoto nella sapienza della Verità. Considero ogni parola di ogni libro sacro che leggo come un dono fatto a me personalmente da Dio: attraverso quelle parole sacre arrivo a toccare Dio. Inoltre, lo studio delle religioni mi rende più umano e mi fa sentire più musulmano. Se l’Islam andasse contro la mia umanità dovrei, allora, rivedere il mio essere musulmano». di Roberto Catalano - Città Nuova