Novità - Eventi di rilievo

Non so Lei cosa ne pensa, ma ho timore di diventare anche io, negli anni, un prete dal viso cupo. Sono entrato in seminario perché vedevo un sacerdote della mia parrocchia sempre sorridente e ho pensato che volevo essere come lui, un prete che comunica speranza. Poi però l’esperienza che sto facendo in questi anni mi mostra che quella non dico sia un’eccezione, ma quasi. Un seminarista

La nostra comunità è piccola, ma affiatata. Una sorella sta a casa e il resto di noi lavora fuori parecchie ore al giorno. C’è anche una giovane che studia e porta una bella freschezza in casa. A dirLe il vero, però, non si può dire che siamo una realtà “viva”. C’è un’aria stanca, quasi depressa. Quando abbiamo incontri allargati con altre nostre consacrate, dopo la gioia iniziale di ritrovarsi, sembra che prevalga un senso critico che, a mio parere, non ci fa per niente bene. Una consacrata

Ho accomunato queste riflessioni perché toccano lo stesso tema, che ritengo importante: dove è finita la gioia nelle nostre scelte di vita? Non è scontato, infatti, che le coppie, le comunità, i presbiteri, o gli ambienti di vita religiosa comunichino un senso di benessere rispetto alla propria vocazione e quindi trasmettano gioia. Che non è euforia passeggera, né allegria a buon mercato. La gioia è una cosa seria.

 

Concordo con il seminarista e la consacrata: a volte c’è depressione anche negli ambienti di fede, c’è scoraggiamento. Ma è una contraddizione stare con Dio e nello stesso tempo con la tristezza. Vivere in comunità, credere in Gesù e nello stesso tempo tradire quello che si sta proponendo, mostrando un volto teso o rabbuiato. Eppure tutto questo è comprensibile! Ci sono tante ragioni che, purtroppo, alimentano lo sconforto, piuttosto che la speranza. Le mie sono considerazioni varie, che non formano un insieme organico, le condivido sia da credente che da psicologa. Spesso nell’accompagnare i percorsi vocazionali mi sento fare la domanda: dove starebbe la gioia di cui Lei parla? La domanda non è così rara, e più di una volta mi è stata fatta in modo diretto e pubblico. È giusto, quindi, affrontare l’argomento apertamente, e non farlo passare sotto silenzio, come fosse una vergogna.

 

Oggi si vive un vero e proprio smarrimento dell’identità. Non è detto che questo sia un male in assoluto, dato che quando ci si smarrisce bisogna poi impegnarsi a ritrovare la strada, magari scoprendone una nuova.

Fatto sta che è come se nessuno di noi riuscisse a “stare” nel ruolo in cui dovrebbe: il marito vuole i suoi spazi mentre la moglie rivendica una propria autonomia. Sono saltate quelle categorie chiare, anche se magari rigide, di condivisione di cosa voglia dire stare in coppia. Ciascuno vuole sentirsi libero di viverla a modo suo.

Lo stesso vale per i genitori, che faticano ad assumere le proprie responsabilità, e spesso sono più disorientati dei loro figli. La genitorialità, in effetti, è diventata davvero complessa, e c’è grande richiesta di formazione e accompagnamento all’essere genitori. Non si può più improvvisare, come forse accadeva in passato.

E veniamo al sacerdote e al consacrato, non certo immuni da questa frantumazione identitaria: se la santità è a portata di tutti, quale è il “valore aggiunto” di queste vocazioni? E con quale linguaggio possono continuare ad indicare quell’Oltre che dà senso e speranza alla vita?

Sono interrogativi non da poco, perché le vocazioni non possono vivere di rendita. Il presbitero, ad esempio, ha perso quel ruolo “sacro” e quasi di superiorità rispetto ai comuni fedeli, come era fino a qualche decennio fa. Preti e consacrati oggi sembrano non avere più un posto chiaro nella gerarchia sociale, come nota Timothy Radcliffe, ex Maestro Generale dei Domenicani. Il prete, di conseguenza, si trova costretto a ripensare se stesso e a come stare in mezzo alla gente.

Lo stesso interrogativo attraversa anche le realtà comunitarie che, come i seminari, oggi riflettono sia su che tipo di comunità vogliono essere, sia su quali strumenti formativi offrire alle nuove generazioni che intraprendono il percorso vocazionale. I programmi di qualche decennio fa richiedono un aggiornamento indispensabile.

Poi non è da sottovalutare il calo numerico, per cui la vocazione oggi rimane schiacciata dal lavoro apostolico, che aumenta proporzionalmente alla diminuzione di vocazioni. Il risultato, come abbiamo già sottolineato in altri numeri di questa rubrica, è che spesso sacerdoti e consacrati hanno poco tempo da dedicare alla preghiera e alla vita comune.

Queste tensioni di fondo, più o meno visibili, non favoriscono uno stato di benessere e quindi di gioia. Ma piuttosto che scandalizzarsi o esprimere pareri facili, proviamo a riflettere insieme su come recuperare la gioia.

Di solito rispondo dicendo che “la fede non basta”, bisogna farsi aiutare anche dalle scienze umane, dall’impegno a diventare competenti in ciò che si fa. Stavolta invece provo a fare un percorso diverso.

Al di là di quello che già si sta facendo per alleggerire il carico di ansia, nemico della gioia, per ciò che è nuovo e non controllabile, propongo di mettere in campo più fede.

I numeri calanti e il nuovo scenario di questo millennio rispetto alle vocazioni, di cui abbiamo parlato finora, ci interpellano su come tornare all’essenza delle nostre scelte, delle nostre risposte di vita. Se osserviamo bene, nel Vangelo non ci sono grandi modelli di vittorie umane, di efficienza e di risultati! «Penso al grande fallimento che fu quella comunità [dell’ultima cena]: uno dei discepoli ha venduto Gesù, un altro lo ha rinnegato e tutti i restanti sono fuggiti. Gesù non è riuscito a riunire i suoi discepoli in una comunità quell’ultima notte, perciò non dobbiamo essere sorpresi se non riusciamo a fare meglio di lui» (T. Radcliffe).

Vivere la vita sacerdotale e comunitaria (nonché di coppia) vuol dire mettere in conto che il fallimento, l’esilio, la pochezza umana, il tradimento sono parte integrante della chiamata e non una sua negazione. Non sono i numeri il criterio vincente e neppure la riuscita apostolica, per quanto l’efficienza sia un obiettivo sano.

Quello che dà consistenza e rende profetico il sacerdote o il consacrato è il vivere in mezzo alla gente, continuando ad alzare lo sguardo per indicare un orizzonte diverso. Che non distoglie dall’impegno terreno, dallo sporcarsi le mani, piuttosto gli dà senso. Credo che la gioia debba ripartire da qui, possa alimentarsi, nonostante tutto, con questa Grande Certezza di non essere soli. La certezza che fin d’ora, nelle nostre storie, c’è un seme di bellezza eterna, di vita che non finisce. Lo dico da credente, non avrei altre competenze per farlo.

Solo che nessuna vocazione si può vivere da soli. E anche la gioia non si trova da soli, senza una comunità che la sostenga. Perciò tutti dobbiamo aiutarci a non cadere nello sconforto. Laici, sacerdoti e consacrati/e, ciascuno secondo la propria chiamata, abbiamo la responsabilità della gioia gli uni degli altri. Noi tendiamo più spesso a dirci le cose che non vanno, che a richiamarci le cose belle, i semi di speranza, gli sprazzi di luce.

Non ho, quindi, una risposta vera e propria, però mi hanno colpito alcune parole di Radcliffe che penso ci possano indicare la strada, l’atteggiamento da assumere per non soffocare nel malessere ma essere invece testimoni, per quanto zoppicanti, di una gioia possibile: «Non possiamo aspettare fino alla morte per diventare vivi. Diversamente, perché mai la gente dovrebbe credere che siamo in viaggio verso una meta? […] Bisogna che viviamo uno stile di vita in cui già ora irrompe l’eternità. Non è sufficiente sopravvivere. Dobbiamo fiorire. Ciascuno di noi ha bisogno di un genere di vita che realmente ci offra vita, di vivere pregustando la vita eterna. In caso contrario saremo sopraffatti dalle sofferenze del nostro tempo, oppure soccomberemo alla sua cultura della banalità. Il nome primitivo della vita cristiana era “la via”. Dobbiamo mostrare che è una via verso una meta e non un girare intorno nel deserto» (T. Radcliffe).