Novità - Eventi di rilievo

 

Nell’emergenza di queste settimane dovute al coronavirus abbiamo un’inattesa possibilità di scoprire o riscoprire cose, oggetti, fatti, atteggiamenti che avevamo dimenticato. Ne proponiamo uno ogni giorno, per poter meglio vivere questo periodo, senza lasciarci prendere dalla noia o dalla paura. Un modo di darsi coraggio e, un po’, di sorridere alle piccole cose della vita che diventano grandi.
di Michele Zanzucchi

Maschera
Le mascherine sono un elemento di non poco conto in questi giorni di epidemia da Covid-19. Quando si esce di casa è diventato un accessorio obbligatorio, come la borsa, le scarpe, i pantaloni… Anche se evidentemente la usiamo nei momenti in cui ci avviciniamo ai nostri simili, a essere umani. Nella tradizione greca il teatro drammatico era interpretato da attori sempre rivestiti di maska, maschera, che in latino è stato tradotto con persona. Le lingue neolatine hanno poi scelto di usare questo termine persona per indicare non solo l’individuo nella sua solitudine e nella sua fisicità, ma l’uomo o la donna nella sua totalità, corpo, spirito, anima, tenendo conto, quindi, anche della sua personalità, delle sue tendenze, del suo dover essere, della sua vocazione più profonda, sia spirituale che umana nel senso più ampio. E allora, quando vedo una mascherina che mi si avvicina, non solo cerco di rimanere il più distante possibile da quell’essere umano che cammina, ma cerco anche di capirne i tratti, la personalità, la profondità. Quindi, anche se non riconosco chi si cela dietro quella mascherina, voglio e debbo rispettarla, nel suo piccolo-grande mistero, nella sua unicità. La maschera-persona nel teatro greco non indicava solamente che la personalità di ogni essere umano non può essere mai svelata pienamente, e quindi non può mai essere nemmeno capita pienamente, ma anche che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nell’altro, che io non conosco. Quindi la mascherina è un invito ad approfondire la conoscenza, magari via telefono, o aspettando il tempo in cui potremo di nuovo socializzare senza paura del virus. Ogni persona che si cela dietro la mascherina nella sua libertà ha coltivato qualità e virtù che vanno oltre i suoi limiti e i suoi vizi.

Profumo
Ogni mattina, distrattamente – pschhh pschhh – mi nebulizzo sul corpo un paio di spruzzi di profumo, quello che ho sottomano. Non ci faccio caso più di tanto, è una pratica fatta di corsa come radermi, spazzolare i denti, pettinarmi. Oggi guardo per caso il nome del profumo: Black Poison. Un regalo. «Ohibò, mi spruzzo del veleno?», mi dico, in un’epoca come quella del coronavirus c’è da star in campana. Mi fermo a respirare quel profumo, chissà se sa veramente d’oppio, torno a un lontano concerto dei Black Sabbath in cui i miei amici fumavano dell’oppio. Sì, qualcosa ricorda il mio organo dell’olfatto. Un pensiero tira l’altro. MI rendo conto che i nomi dei profumi sono originali, strani, eterei, come il profumo. M’accorgo che possono essere raggruppati sotto quattro o cinque categorie: a) esotici (Jaipur, Fahrenheit, Baobab…); b) erotici (Nude, Elisir d’amour, Narcisse…) ; c) esoterici (Poison, Magic, Sciamanic…); d) eversivi (Hypnotic, Trasgression, Black Opium…); e) soprattutto estatici (Ethernity, Olimpus, Absolu, J’adore, Cosmos, AllSaints, Harmony, Carita…). Non a caso. Con la reclusione forzata diminuisce l’inquinamento, si avverte di più il profumo della vita, delle cose di questo mondo, nel bene e nel male. La mattina, passeggiando alle 6, trovo solo un negozietto aperto, che fa manaish: il profumo di pane si spande per tutta la strada, come un segno di nostalgia e di convivialità. Il profumo evoca, ci ricorda che tutto quello che ci colpisce nella vita evoca “altro”. Oggi che le cose che ci occupano diminuiscono e si interiorizzano, l’evocazione è di nuovo centrale, ci accorgiamo di evocare, A cominciare dalla dimensione spirituale.

Tempo
In questi giorni di reclusione ritroviamo il gusto dei pasti, della loro regolarità, della loro convivialità. Persino la merenda, messa in soffitta dalla intensità della vita lavorativa, ritrova un suo posto privilegiato nella giornata. Per taluni ridiventa quasi più importante dei pasti. Il fatto è che il tempo deve passare, e non passa poi molto in fretta. Così i pasti ci aiutano a vincere il tedio e la paura. Ricordo che nei miei anni francesi vissi un episodio significativo: tornando in aereo a Roma, per turbolenze gravi, era impossibile atterrare, e così a Napoli, e poi ancora a Fiumicino. Trovammo la terra a Pisa. Il passeggero dinanzi al mio sedile fu fatto scendere cadavere: aveva avuto un infarto. Così per un anno non presi più l’aereo, preferendo il treno, il Palatino. Ma dovevo pur ricominciare a viaggiare in aereo, e allora uno psicologo mi suggerì di segmentare il tempo: scrivermi un programma di cinque minuti in cinque minuti. Dalle 10.30 alle 10.35 leggere tal libro; dalle 10.35 alle 10.40 sentire una canzone di Battiato; dalle 10.40 alle 10.45 pregare… Debbo dire che nel giro di un paio di voli ho capito che non avrei più smesso di viaggiare in aereo… Così è di questi giorni di reclusione forzata: cercare di ordinare il tempo, di piegarlo in qualche modo ai nostri voleri, ammobiliare la giornata in modo che appunto non ci assalgano o il tedio (la noia) o la paura (o il terrore) per quello che sta succedendo. Funziona, basta provarci e avere un po’ di fantasia. Fatto il programma lo si può anche cambiare, ma intanto sappiamo così dove siamo e dove arriveremo.

Guanti
Di questi tempi un altro accessorio da non dimenticare uscendo di casa sono i guanti di lattice. Una volta erano segno di nobiltà (i reali erano sempre guantati), o di deferenza alla nobiltà (le guardie reali lo erano anch’esse), ma piano piano questa tradizione è entrata in desuetudine. Rimangono i guanti usati per ragioni di igiene (i guanti di plastica oggi tanto di moda), o per ragioni lavorative (i grossi guanti di cuoio o altro materiale resistente). Oggi, noi comuni mortali, ci ritroviamo ad usarli quotidianamente per fare la spesa, dei colori più diversi e rigorosamente monouso. Nulla dei guanti raffinati della nobiltà, eleganti della deferenza, né di quelli robusti da lavoro. Questi guanti sono il simbolo e lo strumento del nostro rispetto verso noi stessi e verso gli altri: non voglio ammalarmi e non voglio trasmettere il coronavirus ad altri, soprattutto alle persone anziane. Un pensiero che viene in questi frangenti, è che normalmente il corpo si relaziona con l’ambiente e con gli altri attraverso la pelle. È il nostro mezzo di comunicazione per eccellenza. Pelle che non è, come sembrerebbe, un isolante, ma al contrario un comunicatore, perché lascia passare gli umori del corpo e respira… a pieni pori. Se in effetti teniamo troppo a lungo i guanti, soprattutto di plastica, la pelle muore. Mettere i guanti è un sacrificio per tanti, ma è vitale, si trasmette vita, ci mostra quanto è importante la relazione umana. Certo, questi guanti usa e getta hanno un difetto, non sono ecologici. Ma, come sempre nella vita moderna, bisogna fare un calcolo di costi/benefici: meglio un paio di guanti gettati nella spazzatura che dieci sacchetti di plastica monouso usati senza criterio.

Icona
«Nelle ormai consuete passeggiate casalinghe cucina-salotto-sala da pranzo-camera da letto-terrazza (ho la fortuna di averla) per forza di cose mi accorgo di alcune suppellettili alle quali finora ho fatto poca attenzione. Nel corridoio tra cucina e sala da pranzo, ad esempio, è appesa una riproduzione un po’ sbiadita e impolverata dell’Annunciazione del Beato Angelico, così elegante e perfettamente disegnata. In sala da pranzo, poi, su una mensolina c’è un’icona che zia Maria ha portato da Medjugorje e che non posso spostare perché se la prenderebbe a morte. Nella mia stanza da letto, in un angolo dietro la porta, ho affisso una riproduzione del Gesù abbandonato di Guido Reni, che in origine è un dipinto mentre quella che io ho è una xilografia in bianco e nero: sta lì da sempre, ma non la vedevo. E poi, in terrazza, c’è una statuetta di Padre Pio che non so nemmeno come sia finita lì, forse era stato il vecchio parroco a darmela un giorno in cui mi disse che dovevo credere ai miracoli del Signore. Infine, m’accorgo che in cucina è affisso il Calendario di Frate Indovino, con la creazione di Adamo ben disegnata. Oggi, in una delle mie passeggiate quotidiane, quella serale, m’accorgo di queste immagini sacre che ho sparso per casa. E mi fermo un istante dinanzi a ognuna di esse. All’Annunciata chiedo un briciolo della disponibilità al volere del Signore da lei manifestata all’arcangelo Gabriele. All’icona che viene da Medjugorje rivolgo un’Ave Maria recitata bene, con le vocali finali ben impostate. All’Abbandonato di Reni chiedo di riuscire a non rifiutare le limitazioni attuali, trasformandole in amore. A Padre Pio chiedo non tanto il dono della profezia, quanto la fedeltà mantenuta pur nel dolore delle piccole stigmate che oggi abbiamo tutti. E al Creatore di Adamo in cucina chiedo solo di guardarci con misericordia. E così la mia passeggiata domestica diventa un lungo e ricco pellegrinaggio». Questo ieri n’ha raccontato un amico di lunga data.

Denaro
Prima del coronavirus, la posta o la banca erano tra i luoghi da noi più frequentati. Per ritirare la pensione, per ritirare del contante, per inviare un bonifico al nipote, per pagare le bollette, anche solo per controllare che i nostri risparmi rassicuranti erano ancora lì. Oggi in banca o alla posta non ci andiamo più, semplicemente perché sono chiuse, almeno quasi tutte. È vero, di questi tempi sono finite anche le occasioni di spendere a destra e a manca, anche se di un minimo di contanti per la far la spesa ne abbiamo bisogno. Nei fatti il nostro budget personale crolla, e quindi anche il consuntivo: niente ristoranti, niente benzina, niente shopping, niente regali, niente versamenti. In tale inedita situazione mi ritrovo a riflettere sul denaro stesso, il suo valore, i suoi rischi. In questi frangenti il denaro appare per quello che è, cioè uno strumento per facilitare gli scambi. Ma quando diventa un fine in sé, cominciano i guai. Ecco “mammona”. Quando lo usiamo solo per misurare quanto valiamo, non ci siamo più. D’altronde, a che serve un conto enorme in banca se non posso usarlo? Se il denaro è utile per creare imprese, se non posso usarlo a che mi serve? L’altro giorno, alla messa da Santa Marta, il papa metteva in guardia contro gli idoli con parole forti. I primi idoli sono proprio potere e denaro, guarda caso. Senza considerare che certi studi dicono che le banconote sono un ottimo veicolo di trasmissione del coronavirus!

Automobile
Il simbolo per eccellenza della libertà data dal benessere conquistato dopo la Seconda guerra mondiale, per noi Occidentali è stata ed è ancora l’automobile. Posso andare dove voglio, posso trasportare la famiglia e gli amici, posso recarmi al lavoro senza dover subire la corvée dei servizi pubblici, posso andare dal medico da solo. L’automobile è segno che posso permettermela, sempre più bella e più potente. L’auto è confort. Che gusto portarla a lavare, bella brillante, nel weekend, come fosse una persona! Che orgoglio vederla parcheggiata sotto casa, vista da tutti! Oggi, invece, giace immota. Ogni tre giorni, nel deserto della strada, accendo il motore, due o tre minuti appena, giusto per verificare che funzioni e per far circolare un po’ di olio nel motore. E poi, nelle lunghe giornate di clausura civica, invento nella nostalgia nuovi itinerari che percorrerò una volta liberati dal coronavirus. Una domanda però mi si presenta d’improvviso: vuol dire che non sono più libero? Certamente ho perso la libertà che l’auto mi consentiva. Ma non mi sono mai detto che, finalmente, mi sono liberato dall’auto? Vedi che un po’ di libertà in più c’è anche nella clausura civica?

Cassetti
È vero, ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini e donne maniaci dell’ordine e della pulizia in casa. Come ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini e donne che dell’ordine hanno un concetto un po’, come dire, meno rigoroso. Sentendo al telefono amici e conoscenti, mi sono fatto un’idea: i primi stanno diventando come i secondi – perché bimbi e partner sempre a casa impediscono che tutto sia specchiato a lucido e sistemato –, mentre i secondi stanno mutando pelle, avvicinandosi ai primi, non potendo vivere nell’eterno disordine 24 ore su 24. Da parte mia – posizionandomi tra le due categorie – posso dire che in camera mia trascuravo un po’ l’ordine dentro una ventina di cassetti e compartimenti d’armadio: fuori non si vede nulla, ma dentro… E anche la mia libreria, meglio non parlarne. Così, dopo aver ascoltato una psicologa che sosteneva che compiere azioni fatte raramente e portarle a termine favorirebbe la salute psichica e allontanerebbe la depressione, e dopo aver seguito l’omelia di un sacerdote che dimostrava come l’ordine nella propria vita avvicini al Creatore, mi sono deciso: un cassetto o compartimento al giorno. Dieci minuti o anche meno. E funziona, ve l’assicuro.

Spesa
Attività che prima del coronavirus erano considerate delle corvée, delle costrizioni antipatiche, dei veri balzelli della vita quotidiana, oggi vengono considerate come degli spazi di libertà: si esce di casa e per giunta autorizzati dalle autorità competenti, sia familiari che civili. Attività come portare a spasso il cane, gettare le immondizie nei cassonetti, andare in farmacia per acquistare l’ennesimo flacone gigante di gel disinfettante, soprattutto fare la spesa. È un bagno di socialità, seppure a 1 metro e 50 centimetri, è una inattesa possibilità di capire se sono ancora in vita, è un modo per acquisire informazioni, quasi tutte false a dire il vero, sul Coovid-19, nostro indesiderato compagno di viaggio. Ci si fornisce di armi e bagagli – mascherina, guanti di lattice, sacchetti puliti, minigel in tasca – e si percorrono i 127 metri che separano il portone di casa da quello del supermarket, del minimarket o della bottega di alimentari. Si attende diligentemente il proprio turno (a distanza di carrello), in una fila in cui ci troviamo a conversare con vicini a cui mai e poi mai, in decenni, avevamo rivolto la parola, e poi si fanno gli acquisti, abbondanti, non si sa mai. Si torna a casa come degli eroi. La sopravvivenza della famiglia è garantita!

Immondizia
Le società sviluppate di questo mondo consumista crollano sotto il peso delle loro immondizie: periodicamente, città intere vengono assediate da i mucchi di immondizie che non si sa più dove stipare. Mentre nei Paesi più poveri nelle discariche migliaia di uomini, donne e bambini trovano addirittura il loro sostentamento. Ma che mondo è questo? Più o meno è questo il pensiero che ho formulato questa mattina scendendo a depositare il sacchetto dell’immondizia nell’apposito cassonetto. Passavano gli spazzini, con le loro mascherine e i loro guantoni, le tute ben chiuse: piccoli eroi di questi tempi. E poi i gatti, tanti, tutti intenti ad aspettare che passasse lo tsunami degli uomini della nettezza urbana: ignari del coronavirus, continuano nella loro spensieratezza. Poi, tornando a casa, un altro pensiero: mi accorgo in effetti che ho gettato nel cassonetto un sacchetto più leggero del solito. Arrivato al diciottesimo giorno di “reclusione civica”, mi rendo conto che faccio più attenzione a quello che getto, il cibo lo consumo tutto, di merce in scatola ne prendo meno, anche nelle altre attività domestiche getto via meno cose, conservo persino i fogli di carta già usati, non si sa mai che ce ne sia bisogno. E mi dico che quest’emergenza ha un suo lato positivo: la “cultura dello scarto” di cui tanto parla il papa sta uscendo dalla mia pelle. E forse non riguarda solo le cose, ma anche gli umani: il Covid-19 ci fa sentire tutti uguali.

Abbraccio
C’è una pratica sociale assai comune, nei Paesi mediterranei in particolare ma non solo, che consiste nell’avvicinare i corpi e farli entrare in contatto reciprocamente, in segno di saluto, di deferenza, di affetto, di conforto, nella gioia e nel dolore. L’abbraccio è stato ora messo all’indice come pratica altamente pericolosa, o addirittura letale per il contagio che porta con sé. Sono state proposte pratiche sostitutive, ma molto meno efficaci e sentite dalla gente, come ad esempio il toccarsi i gomiti o le scarpe, se possibile con mascherina d’ordinanza sul volto e guanti alle mani, o ancora il congiungere le mani sul petto o sulla fronte, alla maniera orientale, chinando nel contempo il capo. Questi succedanei non convincono appieno, perché escludono e controllano ogni trasporto, ogni espressione istintiva di affetto, o se non altro quella cortesia spesso rigidamente codificata che contribuisce a tenere in piedi le nostre società. Come fai a non abbracciare il nipotino che ti corre incontro? Come fai a non stringere a te una vecchietta sul suo letto di morte? Per non parlare degli abbracci tra sposi o tra innamorati, ovviamente. Il problema consiste quindi nel rispettare le consegne di responsabilità civile, nel riuscire cioè a canalizzare i propri sentimenti per un maggior bene. In questo esercizio due processi paiono utili: da una parte la razionalizzazione, cioè pensare perché è importante mantenere le distanze di sicurezza, per il bene mio e degli altri; dall’altra la spiritualizzazione, cioè pregare per colui che non si può abbracciare, pensare al suo bene, affidarlo alle cure di Colui che può.

Numeri
Nella vita “normale” c’è chi è portato alla matematica e chi i numeri li evita sempre. C’è chi fa i conti della spesa a mente e chi sparpaglia gli scontrini sulla scrivania e cerca di capirci qualcosa nei fine settimana, quasi sempre con scarso successo. Ma di questi tempi di coronavirus tutti d’improvviso siamo diventati dei matematici provetti. Contiamo tutto: i giorni di reclusione, i soldi che restano nel portafogli, i calzini nel cassetto, i gol di Maradona nel video che ogni giorno rivediamo con i figlioli o i nipoti, le classiche pecore per dormire. Ma, soprattutto, aspettiamo le 18 per assistere via televisione alla conferenza stampa della Protezione civile per conoscere il vaticinio del giorno, i numeri della pandemia, quanti morti, quanti confinati, quanti contagiati, quanti ricoverati in terapia intensiva. Se diminuiscono, tiriamo un sospiro di sollievo, altrimenti diamo spazio alle nostre paure. E poi usiamo di questi numeri per le nostre conversazioni telefoniche ed elaboriamo le nostre “teorie del picco” (ma di che cosa?), sulle tendenze (i famosi trend) e fatalmente sulle date del ritorno alla normalità (più o meno progressivo nella nostra mente). Con quanto raziocinio, meglio soprassedere. Più che mai i numeri appaiono un’opinione, o altrimenti l’oggetto di qualche misteriosa kaballah. Tanto più quando navighiamo sui social e beviamo tutto quello che ci viene propinato come se tali numeri fossero Vangelo. E nel 90% dei casi (ad essere buoni) non lo sono. Anche per i numeri dobbiamo fidarci e lasciarci guidare da chi ne sa più di noi. Come quel gruppo di studiosi sardi, aggregati da un professore di economia, Vittorio Pelligra, che ogni giorno su Facebook offre un breve schema con chiarezza e umiltà. E così capiamo che l’aumento di un numero può essere positivo, mentre una diminuzione può essere altamente pericolosa. Bisogna avere massimo rispetto dei numeri, e restare a casa.

Colombella
Di questi tempi passo lunghe ore seduto di fronte al mio computer a lavorare. Ieri ero intento su una pagina delicata quando sento un picchiettio sul vetro. Era una colombella grigia, piccola, potevo tenerla nel palmo delle mie mani. Mi sono avvicinato, mi ha osservato un istante ed è volata via. Ho aperto la grande finestra sorridendo, seguendo il volo dell’uccello. Mi sono seduto di nuovo alla scrivania e dopo una dozzina di minuti la rivedo, la mia colombella, eccola lì, sul davanzale. Mi osservava, forse mi sorrideva. La guardavo a mia volta e cercavo di alzarmi lentamente ma lei ha fatto la riverenza e se n’è andata in cima all’albero di fronte a casa. Un’altra manciata di minuti ed è ritornata, il reciproco addomesticamento continuava. Sono riuscito ad alzarmi e lei è rimasta per qualche decina di secondi sul davanzale, prima di spiccare il volo. Sono quindi andato – lunga passeggiata! – fino in cucina, ho preso un pezzo di pane e l’ho sbocconcellato sul davanzale. E lei è tornata puntuale, si è interessata a me e al cibo, mentre io sono riuscito addirittura ad accovacciarmi per osservarla meglio, ovviamente a distanza di sicurezza, 150 centimetri! Tre minuti di intenso monologo-dialogo, in cui abbiamo parlato dell’aria più pura del solito, degli aerei che non spargono più diossido di carbonio nei cieli, della diminuzione degli sprechi, del rispetto rinnovato per gli alberi del quartiere, persino del fatto che il coronavirus ha potuto diffondersi perché abbiamo violentato la natura. «Grazie», ho detto alla colombella in un moto sincero. E lei se n’è andata facendomi l’occhiolino. Sono tornato alla mia scrivania dicendomi che no, non era stato un miraggio, né tantomeno un’allucinazione. Eccola, è di nuovo qui, anche oggi.

Piante
Nei contesti urbani c’è chi ha il pollice verde e chi invece le piante le lascia morire. C’è chi alle piante ci parla e chi invece manco se ne accorge della loro presenza. Così è, così è nella norma delle cose. Ma in questi tempi di reclusione da pandemia anche le persone più insensibili alla vegetazione si rendono conto della presenza di queste silenziose compagne di viaggio, viventi, o quanto viventi: le piante d’improvviso entrano a far parte della nostra prospettiva quotidiana. Naturalmente quello che scrivo non è valido per gli agricoltori, per chi ancora vive in ambiente rurale, per chi, magari, vive proprio dei fiori e dei frutti delle piante di questa terra. Ma per chi vive in città le piante ritornano. Per uno come me, ad esempio, che delle piante non s’è mai veramente interessato, le riflessioni che possono nascere non sono poche: 1) la vita delle piante è estremamente ricca rispetto alla composizione subcellulare del coronavirus; 2) la vita vegetale ha bisogno di cure quando è in cattività, come nei nostri appartamenti cittadini, cioè chiede di essere guardata e amata; 3) le piante non solo chiedono attenzione all’uomo, ma donano in cambio non solo bellezza, ma anche foglie e fiori e frutti, come il prezzemolo di cui mi servo in questi giorni, da tempo dimenticato in un vaso del balcone; 4) le piante ci insegnano la pazienza, cosicché, avendo più tempo a disposizione, ci accorgiamo che vivono e che crescono, oppure muoiono un po’ ogni giorno, come noi; 5) la vegetazione è fondamentale per la catena alimentare, guai a disprezzare, noi cittadini, il settore agricolo rispetto a quello industriale o dei servizi; 6) infine, c’è da rendere gloria a Dio per ogni minima forma di vita nascente o morente, simboli del mondo che ogni giorno si sveglia e riprende a vivere, nonostante i bollettini di morte.

Parole
Il traffico telefonico in questo periodo di coronavirus è aumentato in tutto il mondo in modo significativo, più o meno tra il 15 e il 30 per cento. Le conversazioni collettive, poi, sono aumentate del mille per cento. Tra queste vanno considerate anche le lezioni on line dei figli e nipoti e quelle di lavoro. Ma si moltiplicano anche quelle familiari e amicali: i figli si collegano con i genitori; gli amici del circolo sportivo si ritrovano per giocare virtualmente; il prete continua le sue lezioni di catechismo; i gruppi politici e religiosi si incontrano regolarmente; si telefona ai parenti che stanno in Australia e che non sentiamo da dieci anni… Meucci può essere veramente soddisfatto perché la sua invenzione continua ad avere successo: la conversazione telefonica, singola o collettiva, solo audio o anche in video, conosce una nuova primavera. Sentendo qua e là amici e conoscenti, mi sono fatto un’idea: che ciò in genere coloro che solitamente fanno un uso eccessivo del telefono ne stanno diminuendo l’uso, mentre coloro che lo usavano poco o molto poco ne stanno incrementando l’utilizzo. Perché? Forse perché ci stiamo accorgendo del valore della parola, e della parola detta. Quasi che la reclusione cui siamo costretti e il conseguente silenzio ci abbiano fatto capire meglio che le parole nascono da un silenzio e muoiono in un altro silenzio; non nascono così, dal nulla, ma da un silenzio che le precede e prendono senso per il silenzio che segue. Non c’è nessuna parola al mondo che possa sussistere senza l’abbraccio del silenzio. Ogni parola detta viene pensata nel silenzio che precede, e attende la reazione dell’interlocutore nel silenzio che segue. Altrimenti non ha senso. Anche se non ce ne siamo mai accorti, è così. Chi ne usava troppe si trattiene, perché si rende conto che la parola può essere una carezza o una pugnalata, e chi ne usava troppo poche telefona invece di più, perché ha bisogno di una risposta.

Balcone
Nei nostri appartamenti cittadini il balcone, o il terrazzino, o più raramente un vero terrazzo, sono di solito accessori nella nostra quotidianità, nulla di più. Se in casa c’è un pollice verde, serviranno a ospitare qualche vaso di gerani, un ciuffo di basilico o di mentuccia, a essere generosi un alberello di limone o un ulivo bonsai. Il più delle volte, però, il balcone funge semplicemente da deposito per quello che non sappiamo dove ficcare in casa, soprattutto quando non si ha a disposizione una cantina o una soffitta. Taluni addirittura ne misconoscono le potenzialità inglobandoli semplicemente nell’appartamento chiudendoli con una veranda. Presi dai ritmi di lavoro per intere settimane non vi mettiamo piede, soprattutto d’inverno. D’estate, invece, il balcone o il terrazzino se sufficientemente ampio, viene utilizzato in modo un po’ più continuo, magari per una cenetta informale con gli amici. Per il resto possono esserci altri usi marginali, come un amico che vi ha installato un’esposizione di opere d’arte, le sue, fatte di ferro saldato; anzi, la terrazza intera l’ha trasformata in atelier, sua moglie non vuole che si tengano dentro casa «i tuoi arnesi». Sia come sia, Oggi questi luoghi appaiono più frequentati: li su usa per conversare con i vicini da un terrazzino all’altro, a distanza di sicurezza; li si occupano per leggere o scrivere, per non star sempre rinchiusi in camera davanti al computer; ho visto pure dei giovincelli con il loro laptop seguire le lezioni di scuola; li si usa, evidentemente, per mangiare in famiglia; ci si fa yoga o ginnastica, non poca gente a dire il vero, tra cui il sottoscritto; e poi li si usa per “dare aria” alla spesa appena fatta, non si sa mai, che la bestiolina si sia depositata su qualche sacchetto; servono pure per permetterci di guardare l’orizzonte, ora che i nostri orizzonti sembrano essersi chiusi, anche se l’orizzonte che vediamo è uno spicchio di cielo tra i palazzi. Ma quel poligono azzurro è un regalo!

Libro
Nell’obbligo di residenza coatta cui siamo costretti in questi frangenti, non possiamo non accorgerci di alcuni oggetti inanimati che da tempo immemorabile giacciono nei ripiani della nostra libreria di famiglia. Passandovi davanti nelle nostre quotidiani deambulazioni domestiche proviamo dapprima una certa compassione per essi. Talvolta ci fermiamo, li accarezziamo, sbirciamo tra quei piccoli parallelepipedi di carta tenuti assieme da un cartoncino. Capita così, chinando la testa, di leggere nomi conosciuti o meno. Schopenauer? E chi era costui? Manzoni, questo lo conosco. E Sartre? Mi ricorda qualcosa di proibito… Un giorno, d’improvviso, un ricordo: quella Bibbia per bambini me l’aveva regalata mio nonno Benito per la prima comunione! E via, una valanga di immagini si affollano nel mio cervello, quasi mi commuovono, anzi senza quasi. Lo apro a caso, e ricordo perfettamente le illustrazioni, e d’altronde noto che qualche pagina porta ancora le tracce di ripetute letture fatte non sempre con le mani pulitissime. Leggo qualche riga: «Amatevi gli uni gli altri…»; «C’era in quel tempo un buon samaritano…»; «Lo deposero nella mangiatoia…»; «Lo deposero nel sepolcro...». A questo punto capita pure che quel libro non venga rimesso nella scansia, lasciando al suo posto una leggera traccia nella polvere. Cambia destinazione d’uso, quel volume rosso rivestito di tela damascata, finisce sul mio comodino. E così la mattina, come primo gesto della giornata, lo sfoglio. E torno bambino. (Testimonianza vera raccolta al telefono da un amico pistoiese).

Quadro
I quadri vengono posti sulle pareti di casa per abbellire l’ambiente, per dare il senso che la casa è vissuta, talvolta per ricordarci qualcosa o qualcuno. I quadri riempiono la casa, ci fanno sentire a nostro agio. Anche se poi ci sono anche gli amanti della parete immacolata… Nella mia stanza ho una riproduzione di un ritratto di donna, opera del sommo Leonardo, La scapigliata, una copia un po’ sbiadita, un po’ troppo bruna non solo perché disegnata con una sanguigna, ma perché invecchiato male. Mi piace e mi rassicura, mi eleva con la sua bellezza. Non ho mai detto buon giorno alla signorina. Oggi l’ho fatto per la prima volta, non mi ha risposto, ma mi ha fatto l’occhiolino. Mi sono allora tuffato in quel rettangolo, contenuto in una sottile cornice dorata. Mi sono ritrovato nell’atelier di Monsieur Leonardo, forse in quel di Chambord, nel castello in cui ha abitato e lavorato nella valle della Loira. Un ambiente ricco di quadri e quadretti, pennelli e squadre, libri e appunti. In un angolo, ben inquadrata da due finestre, ho rivisto la mia amica, una minuta figura, ma dai tratti leggiadri, immobile, con la stessa vena leggermente ironica (o turbata?) delle sue labbra, lo sguardo vivo e curioso, anche se abbassato. Il maestro cercava di riprodurne fedelmente le fattezze, rapido nel tratto ma esitante nei dettagli, quelli che poi avrebbero dato realismo al disegno: una ruga appena accennata, una ciocca di capelli, un lembo di tessuto sul collo. Mi sono poi permesso di aprire una porta nascosta nel muro, c’era un’angusta e scura scala a chiocciola, ho sceso qualche gradino… Nelle cento e cento immagini in movimento che scorgo distrattamente ogni giorno alla tv o sul telefonino non debbo fare lo sforzo di immaginare, altri lo fanno al mio posto. Il video rende pigra la mia immaginazione. Il quadro no. Coltiviamo l’immaginazione, ci servirà per inventare e costruire il nostro futuro una volta che saremo usciti di casa, finita l’emergenza del coronavirus.

Acqua
Oggi piove. Guardo il cielo e mi dico ingenuamente: «Perché quest’acqua non si porta via, assieme alle polveri sottili – che tanta paura ci facevano, vi ricordate? –, la polvere del coronavirus?». L’acqua che scende dal cielo è segno di purificazione, uno dei riti più ancestrali di tutte le civiltà del mondo. Da qualche tempo, poi, questa verità dell’acqua purificatrice è per noi molto più evidente: ci laviamo le mani dieci volte al giorno, beviamo tanto, puliamo spesso i pavimenti con acqua e varecchina, passiamo un panno umido sulle superfici su cui si può depositare l’intruso di questi tempi, i nonni memori della guerra temono che scarseggi, e allora riempiamo taniche in cantina, «non si sa mai», laviamo tutti i prodotti che portiamo dal supermercato con una soluzione di acqua e aceto bianco. L’acqua fa parte dei quattro elementi naturali centrali di ogni vita umana, assieme a fuoco, aria e terra. E l’acqua possiede anche un significato eminentemente religioso. Non dice il prete a messa: «Lavami Signore da ogni colpa, purificami da ogni peccato»? Abbiamo troppo “spiritualizzato” il Male, lo abbiamo de-materializzato, e così non crediamo più che esista. Il virus ci ri-materializza il Male, e forse ci fa capire che abbiamo bisogno di un’acqua spirituale per lavarlo via. Una volta la chiamavamo grazia quest’acqua purificatrice, e forse dovremmo ripensarci su. Oggi piove sui giusti e sugli ingiusti, e piove pure sui positivi al Covid-19 e sui negativi. La democrazia del coronavirus ci dice che nessuno è al riparo, la democrazia della pioggia ci suggerisce invece che tutti abbiamo bisogno di purificarci.

Fattura
Ci sono delle carte antipatiche che hanno il potenziale ineguagliato di farci rifiutare la loro sgradevole presenza. Parlo delle fatture, che tanti di noi hanno l’abitudine di infilare in un cassetto, fuori dalla vista, per poi tirarle fuori all’ultimo momento utile per pagarle, e spesso addirittura oltre le scadenze. Non fa piacere a nessuno svuotare il portafogli di qualche banconota. Così ieri mi sono accinto a rimetterle in ordine, approfittando della calma e, forse, anche della chiusura forzata dei centri postali. Ecco la fattura dell’elettricità: ieri è mancata per un’ora e mezzo e il panico si è impossessato dell’intero condominio. Poi la fattura dell’acqua: sulla porta dell’ascensore è stato affisso dall’amministratore un avviso: «Cerchiamo di non consumare troppa acqua, perché l’approvvigionamento non è regolare». Terza fattura, quella di Internet e del telefono: ah no, sarebbe impossibile immaginare la nostra reclusione senza questa finestra sul mondo! Prendo poi in mano il resoconto del mio ultimo salario, e lo sguardo cade su una riga: contributo salute pubblica. E subito mi si affollano nella mente le immagini dei miei sette familiari medici che sono in prima linea, soprattutto al nord. Confesso, mi è scesa una lacrima pensando al loro “eroismo normale”. E così ho capito esistenzialmente, e non più finanziariamente, che cosa voglia dire pagare le tasse. Vuol dire essere cittadini, vuol dire farsi carico di quel pezzetto di bene comune che mi è attribuito, senza il quale, ad esempio, oggi mia cognata medico a Milano non potrebbe avere una mascherina adeguata per proteggersi dal coronavirus.

Locale
Con questa parola, secondo il dizionario, si indica qualsiasi spazio racchiuso entro quattro mura. Ma nel gergo urbano significa soprattutto il luogo del divertimento, della movida come si dice, locali che si visitano il venerdì e il sabato sera per svagarsi, per incontrare gli amici, talvolta per trovare compagnia, per mangiare e soprattutto bere, alcolici in primis. Ogni città ha le sue vie e le sue piazze riservate a questo “sport” che fa parte degli stili di vita dei Paesi occidentali sviluppati. Stamani, in una delle rarissime uscite che mi sono concesse, per rinnovare un documento, percorro a piedi le due vie che nella mia città sono dedicate alla movida. Quello che si dice un mortuario. Tutto chiuso serrato sbarrato. Attraverso le vetrate scorgo bottiglie immote, pile di bicchieri, mucchi di tovagliolini, tazze abbandonate alla rinfusa. Insegne spente, le sole note di musica vengono da qualche uccellino. L’indicazione di un cabaret. Uno spazzino disoccupato. Un cane abbaia da qualche parte. Polvere accumulata sulle tende delle terrazze solitamente gremite. Un senzatetto che si sente il padrone di tutto. Una sirena ulula lontana. Anche i locali più chic sono deserti, fanno ancora più pena della sciatteria. Una via crucis senza un protagonista. Vanita delle vanità. Dovevamo fermarci sulla precipitosa discesa che Pascal, il filosofo, avrebbe chiamato divertissement. Bisognava recuperare un po’ di vita interiore. Non potevamo più continuare in un capitalismo selvaggio, un vero ritorno alla giungla (e, guarda caso, il Covid-19 sembra venire proprio da un pipistrello della giungla). Torneranno i tempi del divertimento, ma sarà un divertimento più sobrio, e perciò più vero

Ginnastica
Mens sana in corpore sano, dicevano i latini. Un detto frutto della sapienza millenaria, la cui bontà stiamo verificando. Perché lo stare sempre dentro quattro mura può dar adito a patologie psicologiche o psicosomatiche. Uno dei migliori antidoti è la ginnastica, alla quale si sono messi milioni di uomini e donne in queste settimane di reclusione. C’è chi, come il sottoscritto, può permettersi di uscire la mattina presto, verso le 6, per inanellare cinque, sei, sette volte lo stesso circuito attorno a quattro o cinque isolati, correndo o camminando, con la mascherina d’ordinanza. L’inconveniente è l’alzataccia, il vantaggio che si guarda alla giornata con un certo ottimismo. Chi invece non può permettersi un tale lusso, è costretto a far ginnastica indoor, al chiuso o comunque nel giardinetto. Un amico si è inventato un circuito nel proprio appartamento nel quale s’impegna cinque o sei volte al giorno, a scadenze precise. Un paio di vicine, invece, in due terrazzini contigui, fanno taichi quando il sole è allo zenit. Il palestrato diciottenne che abita con la sua famiglia sopra di me, nel tardo pomeriggio trasforma il salotto in palestra: lo intuisco sia dalla musica hip hop sparata a palla, sia dai violenti colpi che mi fanno temere la tenuta del solaio. Più gentile è sua madre, che in tarda mattinata mette su della musica orientaleggiante e si perde nei fumi yoga. Mens sana in corpore sano, dunque. E quant’è vero! E potrei aggiungere: anima sana in corpore sano, perché la vita spirituale si giova di un buon stato fisico. Le stesse paure fanno meno paura e le depressioni paiono meno profonde. Per giunta, riesco a sopportare meglio gli altri (e soprattutto gli altri mi sopportano più agevolmente).

Pasti
Ogni cultura ha le sue tradizioni in quanto alle modalità e agli orari dei pasti. Si va dal “si mangia sempre, ognuno per proprio conto” di tanti americani, alle rigide regole familiari di certe regioni del sud dell’Europa, passando per certi Paesi africani dove non ci si siede semplicemente a tavola, perché non c’è nulla con cui imbandirla, e quando arriva un po’ di cibo sparisce in un battibaleno. Oggi ci troviamo invece a dover suddividere le nostre giornate di reclusione casalinga per renderle più sopportabili, meno interminabili. Il metodo migliore è quello di riprendere (o semplicemente di prendere) un ritmo regolare dei pasti, un bisogno fisiologico a cui si rinuncia solo per motivi di malattia, psichica o fisica che sia. Mentre la colazione normalmente è ad orario mobile e a geometria variabile, il pranzo viene situato, a seconda delle latitudini e delle tradizioni, tra le 12 e le 15, mentre la cena varia dalle 18 alle 22. Si creano e ricreano i piccoli riti pre-pasto, come la distribuzione della preparazione del pasto nei diversi giorni della settimana (dove non c’è un unico cuoco o cuoca), preparare la tavola, chiamare tutti a raccolta, lavarsi le mani, pregare prima di attaccare il cibo e poi sgranare gli occhi e aprire i recettori dell’olfatto per cogliere appena entrano i piatti di portata di che delizie ci si trastullerà. I riti proseguono anche dopo il pasto, spesso meno apprezzati, come sparecchiare la tavola, lavare i piatti, asciugarli, oppure metterli nella lavastoviglie, spazzare la cucina e la sala da pranzo, eventualmente passare pure lo straccio. Nella tradizione cristiana i pasti sono considerati “agape fraterna”, come l’ultima cena e l’istituzione dell’Eucaristia, intendendo con ciò che l’amore insegnato da Gesù (l’agape) permette di sentirci tutti fratelli e sorelle di fronte a un unico padre. Talvolta in queste contingenze da coronavirus accade proprio così.

Capigliatura
La sola consolazione che ci viene in questi giorni di Covid-19 a proposito della nostra capigliatura è il racconto biblico di Sansone, che trovava la sua forza proprio nei capelli lunghi. Per il resto, è con un certo sconforto che la mattina ci specchiamo vedendo crescere la peluria un po’ ovunque: i capelli, sembra lo vogliano fare apposta, prendono le fogge più strane, testardamente. Purtroppo barbieri e parrucchieri sono in testa alla classifica dei mestieri più rischiosi per la trasmissione del coronavirus, assieme a tutte le professioni della cura del corpo e della sua bellezza. Così ci si industria e, soprattutto i più giovani, ci si inventa parrucchieri con la famiglia o con i compagni di quarantena, spesso decidendo di approfittare della pandemia per radere tutto a zero, o comunque per dare un po’ d’aria al cuoio capelluto. Osservando i mie spuntoni difficilmente governabili se non con un buon shampoo; incrociando al minimarket una vicina che avevo sempre visto come una vamp, e che invece dietro la mascherina non riesce a nascondere i capelli che si fanno grigi cominciando dalle attaccature; salutando dal balcone un vicino che non aveva mai un capello fuori posto e che d’improvviso s’è trasformato in un cespuglio quasi punk, mi dico che farsi belli, o perlomeno presentabili, è un impegno sociale non di poco conto, che ha un lato indubbiamente narcisistico ma un altro giustamente altruistico. In qualche modo una forma d’arte, che si bea di essere guardata ma che, soprattutto, rallegra l’animo. Quindi, nuovo rispetto per i mestieri dell’estetica pilifera, ma anche nuovo rallegrarsi per la naturalità delle relazioni, senza filtri, senza permanenti, senza acconciature come sculture, scoprendo che così accresciamo la reciproca misericordia e la coscienza dei nostri limiti.

Attesa
La reclusione da coronavirus è in fondo una lunga attesa, frammentata in piccole o grandi attese. C’è innanzitutto l’attesa della faccia seria del dottor Borrelli, che alle 18 in punto snocciola le cifre della pandemia in Italia, il dolore per i morti, la gioia per i guariti, la speranza per chi lotta contro il morbo sconosciuto. E poi c’è l’attesa del giorno in cui Giuseppe Conte apparirà sugli schermi e dirà: «Tana libera tutti», o piuttosto solo per certe categorie, o ancora solo a determinate condizioni. C’è poi l’attesa delle mascherine che sono finite in farmacia. E quella del pranzo o della cena quando il lavoro da remoto davanti al computer diventa pesante. Ancora, l’attesa del giorno in cui potremo riabbracciare i nostri cari sul serio e non virtualmente, sentire sul collo altrui il profumo del giorno o il sudore della fatica. E poi quella di poter riprendere il possesso del proprio tempo, liberamente. C’è pure l’attesa in fila, ordinatamente, a distanza di sicurezza, davanti al supermercato o al panificio. C’è l’attesa della notizia sulle condizioni di salute di un caro che manifesta dei sintomi inquietanti, e quella di chi è già in ospedale e aspetta che il medico passi in corsia, c’è l’attesa della morte nei nostri anziani. C’è l’attesa di chi è in quarantena, sa di essere positivo ma non ha sintomi, isolato con se stesso, con il solo supporto della voce dei cari al telefono. Varie attese, dolorose o meno, gravi o meno, decisive o effimere. Comunque attesa. Comunque sospensione. Comunque il malessere di qualcosa di incompiuto. Simone Weil, ebrea cristianissima, più cristiana di tantissimi cristiani, ha scritto un libro: L’attesa di Dio. Lo sfoglio con una solennità insolita. Simone, che è morta di anoressia, incapace di sostenere la sofferenza altrui, dello sfruttato e del malato con cui voleva condividere la pena, ci dice che ogni attesa in fin dei conti non è che un’attesa di Dio. E che, pur desiderando che l’attesa si riduca, bisognerebbe riuscire a vivere il presente con una tale solennità da non desiderare che si riduca.

Lavoro
Nelle “piccole cose” di ieri, si accennava al lavoro da remoto praticato dalla reclusione. Lo chiamano smartwork, cioè lavoro col sorriso, leggero, facilitato. E lo è veramente, soprattutto in caso di normalità: rimanere a lavorare a casa permette di risolvere numerosi problemi familiari. Ma allorché tale lavoro smart è imposto, tutto, o quasi, cambia di segno. Il computer, cioè lo strumento che mi consente di lavorare da casa, non basta: serve anche il luogo dove sistemarsi e concentrarsi. Se si ha a disposizione uno studio, se l’appartamento è sufficientemente vasto, il lavoro può svolgersi più o meno tranquillamente. Altrimenti possono essere dolori: figli che scorrazzano sotto la sedia, la nonna che vuole essere spostata di poltrona, il cane che vuole leccarmi, la moglie o il marito che passa l’aspirapolvere. C’è poi un problema di ambiente lavorativo: l’ufficio è comunque un luogo in cui tutti, pur svolgendo compiti diversi, hanno un obiettivo comune. A casa non è così, non ci sono le interazioni coi colleghi, dal vivo intendo, le mail spesso e volentieri creano nuovi equivoci, più che risolvere i problemi, non ci sono più quelle missioni lunghe o brevi al di fuori dell’ufficio, della città o del Paese che ci permettevano di respirare… Per cui spesso accade che si crea una serie di insofferenze che si scaricano poi sull’innocente computer: la connessione non funziona, il wifi è ballerino, Word s’è inceppato, guardare troppo lo schermo ci porta al bruciore degli occhi, o addirittura a quella congiuntivite che è uno dei sintomi del coronavirus, l’irritabilità cresce e poi si scarica sulla famiglia. Ma guardiamo anche le cose con ottimismo: con lo smartwork continuo a guadagnarmi da vivere pur nell’emergenza, mi distraggo dalla vita domestica un po’ troppo monotona, mi posso relazionare con gente estranea, seppur virtualmente, continuo a creare qualcosa. Si diceva una volta: «Il lavoro nobilita l’uomo», o la donna. Anche da remoto, e per questo una certa gratitudine al nostro “fratello computer” la dobbiamo avere.

Zoom
L’incremento delle conversazioni collettive con video in questi frangenti di pandemia sono aumentati di dieci volte rispetto a prima. Non solo per studio o lavoro, ma anche per divertimento, necessità familiari, per far passare il tempo o per questioni affettive. Le offerte sul mercato non mancano, ma una di esse, più di altre, si è diffusa, malgrado qualche problema di sicurezza delle identità degli utilizzatori: Zoom, che ha conosciuto un vero boom (perdonate la facile rima). Una diffusione, come si dice in termini digitali, virale. Non c’è da stupirsi allora che, essendosi diffuso come un virus, abbia provocato effetti morbosi. Una vera zoomite. Per le conversazioni di lavoro o studio gli inconvenienti si annidano nella postura prolungata davanti allo schermo, nell’attenzione cui obbliga il computer, nei muscoli del collo che si tendono, nei crampi sofferti di notte… Nel campo invece del divertimento e del sociale, la zoomite si manifesta con una certa frustrazione perché tutti parlano assieme, perché si divaga senza arrivare al nocciolo, perché parlano sempre gli stessi, perché i saputelli ci spiegano che cosa succederà col coronavirus nei prossimi quattro millenni, perché il moderatore (host in inglese) non modera un bel nulla… Che dire? Tutto vero. Quando in un giorno si inanellano 4 o 5 collegamenti uno dopo l’altro, un certo malessere è normale. Qualche semplice accorgimento può far comodo: sapersi staccare – leave meeting c’è scritto in basso a destra dello schermo –; chiedere ai partecipanti di darsi un orario di inizio e fine; esigere che il moderatore faccia il moderatore; chiedere che si rispettino i codici etici per questo tipo di chiamate. Sperando che, al termine della pandemia, si sia imparato a gestire Zoom con attenzione e moderazione (è utilissimo lo strumento, non gli abusi, gli antivirali costano molto e sono scarsi).