|
OLOCAUSTO DI CARITÀ NELL'UNITÀ
Sarebbero probabilmente rimasti nell'ombra
quasi dell'oblio i due missionari cappuccini, Agatangelo da
Vendôme e Cassiano da Nantes, martirizzati a Gondar
il 7 agosto 1638, se il servo di Dio Guglielmo Massaja, che
lavorò per 35 anni nell'Alta Etiopia, non avesse raccolto
le tradizioni orali tramandate dai cristiani cattolici locali
e non avesse scoperto dopo opportune verifiche la loro tomba.
Nei processi depose infatti il 10 gennaio 1887 che i cattolici
dispersi nelle diverse province della vasta regione etiopica
raccontavano ancora ai loro figli e nipoti il martirio e le
virtú di quei servi di Dio, le cui sante reliquie erano
conservate presso la città di Gondar, verso sud, all'ingresso
del sobborgo mussulmano. La causa, già tentata nel
Seicento ai tempi di Urbano VIII, di Innocenzo X e Alessandro
VII, con la raccomandazione anche del re Luigi XIV di Francia,
poté allora essere introdotta il 13 giugno del 1887,
cosí che il 1° gennaio 1905 san Pio X con particolare
solennità li proclamò beati.
I due martiri, nel culto e nella memoria, non possono essere
separati. La loro vicenda biografica, breve e intensa - 40
anni l'uno, 31 l'altro - non si può raccontare distinta.
E anche se la loro formazione iniziale assume colorazioni
culturali e geografiche distinte, l'ardore missionario e il
fervore apostolico li congiunge in un'unica scia di luce,
come quella che, nelle notti successive al loro martirio,
si sprigionò dal cumulo di sassi con cui vennero lapidati,
a formare un'unica colonna di fuoco, quasi rosse spirali di
un grande incensiere.
Agatangelo, nato a Vendôme il 31 luglio 1598, da Francesco
Noury e Margherita Bégon, terzogenito di sette figli,
aveva incominciato fin da piccolo a conoscere i cappuccini.
Suo padre, molto stimato nel paese, era infatti presidente
del tribunale dell'Elezione e animatore del comitato per la
raccolta dei fondi, quando nel 1606 i cappuccini piantarono
la croce nei sobborghi di Vendôme per un nuovo convento.
L'accoglienza entusiasta fatta dal popolo ai cappuccini e
la disponibilità di ogni ceto di persone nella costruzione
del convento aveva colpito il piccolo Francesco (cosí
si chiamava) allora settenne, tanto piú che spesso,
anche negli anni successivi, accompagnava il padre che doveva
intrattenersi coi frati, essendo loro "sindaco apostolico"
e intanto imparava a gustare le virtú francescane.
Fece gli studi classici nel collegio César-Vendôme
e, maturando la sua vocazione, intorno ai vent'anni, entrò
nel noviziato di Mans, della provincia cappuccina di Touraine-Bretagne
sotto il magistero di p. Gilles de Monnay.
Dopo la professione religiosa venne inviato a Poitier nel
1620, dove poté continuare i suoi studi per tre anni
sotto la guida di insigni maestri come p. Ignazio da Nevers
e particolarmente di p. Giuseppe du Tremblay da Parigi, che
allora era definitore provinciale e prefetto delle missioni
di Poitou. Nel 1624 passò a studiare teologia a Rennes
seguendo l'insegnamento di p. Francesco de Tréguier.
Ordinato sacerdote l'anno seguente, poté sperimentare,
seppur per poco tempo, l'apostolato d'avanguardia delle missioni
cappuccine "volanti" di ricattolicizzazione nel
Poitou. Nel 1626 predicò la quaresima nel suo paese
d'origine. Egli continuò il suo apostolato controriformistico
fino al 1628, quando, trovandosi a Rennes, una circostanze
provvidenziale, non senza un interessamento di p. Giuseppe
di Parigi, lo coinvolse nelle missioni di Levante, rimpiazzando
un missionario già pronto per partire, ma caduto gravemente
ammalato.
Ma prima di vederlo all'opera è necessario fare conoscenza
con il suo compagno di martirio, in passione socius, Cassiano
di Nantes. Nato sulle rive della Loira nella bella città
cosmopolita di Nantes, gemello con una sorellina, il 14 gennaio
1607 da Giovanni Lopez-Neto e Guida d'Almeras, una famiglia
portoghese di mercanti, e battezzato il giorno dopo nella
chiesa di Saint-Similien col nome di Consalo e chiamato poi
da tutti Vasenet, fece i suoi primi studi nel collegio di
S. Clemente, in un sobborgo fuori città, distinguendosi
per una vivacissima intelligenza unita ad un candore di vita
che lo rese amabile a tutti i suoi maestri sacerdoti e condiscepoli.
Egli coltivava l'orazione mentale, amando raccogliersi nel
silenzio della cappella dei cappuccini, poco lontano da casa.
I cappuccini scacciati da Angers nel 1589 dai calvinisti,
si erano rifugiati a Nantes sotto la protezione del duca di
Mercoeur, uno dei capi della Lega, che aveva loro donato un
convento nel 1593, accolti con simpatia dalla gente. Vasenet
aveva appena nove anni quando chiese di farsi cappuccino.
Già aspirava alle missioni lontane per morire martire.
Questa spiritualità missionaria stava allora esplodendo
in Francia per le vedute lungimiranti, se pure intrise di
grandeur nazionalista, tracciate dal geniale padre Giuseppe
Leclerc du Tremblay da Parigi, nell'ansia di una conversione
universale e di un ritorno all'unità dei fratelli dissidenti
delle varie Chiese. Naturalmente il giovinetto dovette aspettare,
ma appena ebbe l'età stabilita dal concilio tridentino,
verso i quindici o sedici anni, entrò nel noviziato
d'Angers, e il 16 febbraio 1623 vestí il saio cappuccino
col nome di fr. Cassiano. Superato lodevolmente l'anno di
prova, i superiori lo mandarono a continuare gli studi di
filosofia e teologia a Rennes, sotto la direzione di p. Francesco
de Tréguier, che era stato professore di p. Agatangelo
e che formò tanti missionari eroici che lavorarono
o morirono martiri di carità nelle missioni di Palestina,
Siria ed Egitto.
Coltivando sempre la sua vocazione missionaria, e consacrato
sacerdote, credeva giunto il momento di coronare il suo desiderio,
quando improvvisamente a Rennes scoppiò la peste e
fece strage per piú di un anno dal 1631 al 1632. Era
questo il segno? Egli si diede totalmente a servire i contagiosi
nell'ospedale fuori città. Rimase illeso. Riprese i
suoi studi. P. Giuseppe da Parigi, che sceglieva bene i suoi
missionari, era allora ministro provinciale di Parigi e vide
in lui l'uomo adatto. P. Cassiano ricevette l'obbedienza,
e dopo una sosta nella capitale, scese a Marsiglia per imbarcarsi
e guadagnare l'Egitto dove lo attendeva p. Agatangelo.
Quest'ultimo era giunto ad Aleppo il 29 aprile 1629 e si era
dato con ardore allo studio della lingua araba e cercava di
favorirre il ritorno all'unità della Chiesa operando
tra gli scismatici e particolarmente cercando di guadagnare
i vescovi e arcivescovi. Riuscí infatti a guadagnare,
oltre che molti armeni e siriani, anche un vescovo greco che
sarebbe stato di grande aiuto alla missione cattolica in Siria,
suscitando la gelosia di un'autorità maronita. Agatangelo
allora spostò il suo zelo da Aleppo in numerosi borghi
del Libano, tanto da meritarsi il titolo di "apostolo
del Libano". Un altro aspetto del suo lavoro missionario
fu la liberazione degli schiavi cristiani.
Giunta a maturazione nel frattempo l'organizzazione di una
nuova missione in Egitto, questa venne da p. Giuseppe di Parigi
affidata a p. Agatangelo nel 1633. Tra i primi missionari
giunti dalla Francia c'era anche p. Cassiano. I due si incontrarono
ad Alessandria e condivideranno il restante del loro apostolato,
nel tentativo di realizzare l'unione della chiesa copta con
la chiesa romana. Ambedue si dedicarono allo studio della
lingua gheez. Agatangelo cercò di intensificare i suoi
rapporti con il patriarca copto Matteo III che nominò
un nuovo arcivescovo per l'Etiopia, il monaco Arminio, che
sembrava aperto alle missioni, ma venne rovinato da un avventuriero,
sedicente monaco Pier Leone, un luterano di Lubecca che giocò
contro i due martiri la parte del genio malefico.
Prima di partire per la profonda Etiopia, Agatangelo e Cassiano,
il missionario sperimentato e il giovane di fuoco, ritemprarono
il loro spirito in Palestina sui luoghi santi del Redentore.
Poi, aiutati da un mercante veneziano, raggiunsero nel 1638
una carovana diretta verso le coste del mar Rosso attraverso
il deserto della Nubia. Con l'opportunità di altre
carovane, superarono Massaua e giunti a Deborech nel Serawa
sull'altipiano eritreo, trovarono non accoglienza, ma prigionia.
Era il frutto della maligna opera del luterano con il nuovo
arcivescovo. Ignominiosamente poi trasportati, spogli di tutto,
legati alle code degli animali cavalcati dai loro stessi carcerieri,
arrivarono a Gondar il 5 agosto. P. Agatangelo si appellava
al vescovo, ma non sapeva della trama ordita dal perfido Pier
Leone, finché non incontrò l'abuna Marcos, il
nuovo arcivescovo dal quale i due missionari ricevettero solo
calunnie e minacce.
Il 7 agosto 1638 nuovamente interrogati dal negus Basilide,
difesero la fede cattolica e p. Cassiano, che conosceva bene
la lingua amarica, rinnovò la sua professione di fede.
Seguí immediatamente la condanna a morte. A furor di
popolo i due confessori furono trascinati al luogo dell'esecuzione.
Tutto era pronto, ma
mancavano le corde per l'impiccagione.
Essi offrirono i loro cingoli. Vennero cosí sospesi
alla forca. Era mezzogiorno, come quando Gesú fu innalzato
sulla croce. Un autorevole personaggio abissino in quel momento
confessò la fede cattolica e rinunciò a quella
scismatica. Ma l'abuna Marcos, che era nascostamente presente
tra la folla, ordinò di finire i due condannati con
la lapidazione. Una pietra fece schizzare il bulbo di un occhio
a p. Agatangelo. Un acervo di sassi coprí gli esangui
cadaveri. Gli abitanti di Gondar di notte videro partire da
quelle pietre una grande colonna di luce.
|