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"NOBILE UMILE SERVO"
Quando Gabriele da Modigliana e Bonaventura
da Imola pubblicarono il Leggendario cappuccino (Venezia-Faenza
1767-1789) e vi inserirono la "Vita di Benedetto Passionei
da Urbino (1560-1625)", il corpo del beato non era stato
ancora ritrovato. I frati, in obbedienza alla Chiesa che vietava
il culto pubblico ai Servi di Dio non ancora beatificati,
avevano segretamente cambiato il luogo della sua tomba, sempre
affollato di pellegrini, a tal punto che solo due secoli dopo,
nel 1792, venne identificato. Per questo motivo, anche i processi
canonici, ordinario e apostolico, iniziarono le loro procedure
soltanto alla fine del sec. XVIII, tra il 1793 e 1795, e successivamente
dal 1838 al 1844. È un caso non frequente nella storia
agiografica cappuccina. Per questo anche le testimonianze
racchiuse nei volumi manoscritti dei processi hanno valore
solo come documento di fama di santità non interrotta,
sia tra i frati che tra i fedeli, e si rifanno un po' tutte
ad una Vita manoscritta ("ricordo di aver letto nella
vita manoscritta... Ho letto nella Vita e a tutti è
noto" ecc.) compilata da p. Ludovico da Rocca Contrada
1654) subito dopo la morte di Benedetto da Urbino.
È questa la vera e unica testimonianza coeva, di grande
valore documentario per sicurezza e serietà d'informazioni
ricavate sempre da fonti dirette, spesso consultate personalmente
dall'autore, che era, per di piú, guardiano del convento
di S. Giovanni Battista di Fossombrone e seguí direttamente
le ultime vicende del santo confratello, assistendolo sul
letto di morte. Perciò è molto dettagliata nel
racconto dell'ultima malattia e agonia e delle incontrollate
manifestazioni di pietà popolare attorno al cadavere.
Ciò che ancor oggi può colpire è il fatto
di vedere un rampollo di una delle famiglie piú ricche
e nobili dell'Umbria prestarsi ai faticosi lavori manuali
dei conventi come fosse un fratello laico, sensibile e pieno
di compassione verso i poveri senza distinzione, desideroso
di predicare solo nei piccoli e umili paesi, e tutto ridondante
di pietà e devozione, di povertà e penitenza,
di umiltà e semplicità, davvero un "classico"
frate cappuccino.
Nato il 13 settembre 1560 nella ducale Urbino, era settimo
di undici figli della nobile famiglia di Domenico Passionei
e Maddalena Cibo. Rimasto presto orfano, condusse la sua vita
a Cagli, dove venne iniziato ai primi studi in famiglia, per
poi passare, diciassettenne, a Perugia e in seguito a Padova
per gli studi superiori. Qui il 28 maggio 1582, a soli ventidue
anni, ricevette la laurea in diritto civile ed ecclesiastico
e fu avviato alla vita di corte romana del card. Pier Girolamo
Albani, che gli risultò disgustosa.
Marco Passionei (era questo il nome di battesimo) ritornò
nelle Marche e si stabilí a Fossombrone, dove la sua
famiglia si era nel frattempo insediata. Coltivando nel cuore
un segreto richiamo dello spirito, aspirava alla vita umile
e austera dei cappuccini che dall'alto, sopra il Metauro,
al di là della cittadina, avevano costruito un loro
devoto eremo. Ma non fu facile ottenere il permesso, sia da
parte dei familiari che dagli stessi frati, finché
il nuovo ministro provinciale Giacomo da Pietrarubbia, per
volontà capitolare lo ammise nel noviziato di S. Cristina
in Fano. La fragile sua salute rese difficoltoso l'anno di
noviziato. Infatti, dopo pochi mesi, si ammalò a tal
punto che i superiori lo costrinsero a lasciare Fano per il
convento di Fossombrone. Dopo tre mesi si pensava di dimetterlo,
ma la sua indomita volontà alla fine trionfò.
Disse che si era vestito di quell'abito per vivere e morire
da cappuccino: "Se lo avessero cacciato da una porta,
sarebbe rientrato per un'altra". Si affidò alla
preghiera e ottenne la grazia della guarigione. Cosí
potè emettere la sua professione religiosa alla fine
del mese di maggio 1585, con grande conforto di molti poveri
che, per l'occasione, ricevettero molti aiuti economici. Ad
Ancona proseguí la sua formazione religiosa e nel 1590
era già sacerdote, predicatore umile, nei diversi conventi,
come a Fano e a Ostra.
Nel 1600 il ministro generale Girolamo da Castelferretti lo
uní al drappello missionario, sotto la guida di san
Lorenzo da Brindisi, per dilatare l'Ordine in Boemia e sostenere
la fede cattolica. Benché non avesse domandato di andare,
si trovò subito pronto a partire. Occorrevano uomini
esemplari e capaci, e il ministro generale, anche lui marchigiano,
lo conosceva bene e lo ritenne idoneo alla difficile impresa.
Benedetto in una lettera confidava queste difficoltà.
Ma era obbedientissimo sotto la guida di san Lorenzo e dovette
sopportare molte ingiurie da parte degli eretici che lo odiavano
a morte. Allo scadere del triennio (1602) venne richiamato
in provincia, dove fece la spola tra i vari conventi, come
predicatore, superiore e semplice frate, andando anche alla
questua sia in città che per la campagna, dicendo:
"È meglio portare il peso del pane che quello
dei peccati".
Era cosí umile e amante del silenzio che sembrava inesperto
e poco istruito. Mentre era guardiano nel convento di Pesaro,
il duca d'Urbino andó a fargli visita. Benedetto, abituato
ad aiutare in cucina dopo il pranzo, lasciò che l'illustre
ospite attendesse fino a quando non ebbe finito di rigovernare
le stoviglie.
Ma la sua devozione era rigidamente programmata, cadenzata
dalle ore notturne e diurne di orazione che allungava oltre
le pratiche di pietà comunitarie. Come riportano tutti
i suoi biografi, la sua giornata cominciava con una o due
ore di preghiera in chiesa prima della recita in comune del
mattutino. Finito l'ufficio, ritornava mezz'ora in cella per
un breve riposo. Poi era di nuovo in chiesa, dove, sempre
in ginocchio e con le mani giunte, recitava la corona della
Madonna. Dopo il rosario faceva la disciplina e quindi si
immergeva nell'orazione mentale fino all'alba. Non si stancava
mai di pregare. Ogni giorno recitava l'ufficio della beata
Vergine, i sette salmi penitenziali, l'ufficio dello Spirito
Santo e della santa Croce, molti rosari e pater nostri; consumava
molto tempo in letture spirituali, nel fare la via Crucis,
nel visitare il tabernacolo e l'altare della Madonna. Lui
cosí fragile, emaciato, debole, pareva che riprendesse
vigore quando stava in orazione. Se qualche volta giungeva
tardi alla meditazione, abbassava l'orologio a polvere per
ricuperare il tempo di preghiera. Era in questo molto esigente,
anche con gli altri: da superiore mai dispensò i frati
dalle due ore di meditazione. Anche fuori convento conservava
il suo stile rigido e austero.
Diceva di preferire, per le sue prediche, i paesi con l'orologio
pubblico che batteva le ore di giorno e di notte, cosí
da poter cadenzare le sue pratiche di preghiera e di penitenza,
come faceva in convento. Innamorato del Crocifisso, della
Passione, dell'Eucarestia, della beata Vergine, che chiamava
dolcemente "mamma", inventava molti gesti di amore,
come un'ora di prostrazione per terra, la sua "orazione
dell'orto", con le braccia aperte e la faccia sopra il
pavimento. La continua meditazione della passione gli infondeva
nel cuore una intensa contrizione che lo spingeva a confessarsi
molto spesso, anche tre volte alla settimana, ma i suoi confessori
non vi riscontravano sufficiente materia di assoluzione.
Austero ed eroico nelle sue penitenze corporali, non concedeva
nulla a se stesso: macilento e di vista debole, con languori
frequenti di stomaco e coliche renali che lo prostravano a
morte, "pareva che tenesse il fiato con i denti, come
si dice; ma quando si trattava di esercizi spirituali pareva
un uomo d'acciaio", annota il suo primo biografo. Sempre
a piedi nelle sue frequenti predicazioni, si trascinava dietro
fastidiose ferite alle gambe, e dovette subire ben quindici
operazioni di ernia. Eppure non stava mai fermo. Si riprendeva
sempre con coraggio.
Non amava le grandi città e se qualche volta, raramente,
dovette predicare a Pesaro (1612), a Urbino (1519) e a Genova
(1619), i suoi luoghi preferiti erano i paesini nascosti e
umili, "piccoli lochetti" che a stento sono nominati
su una comune carta geografica. Piú di una volta si
assunse l'impegno di far costruire o restaurare chiese, come
a Barchi e a Castelleone. Non scriveva discorsi. Si limitava
a fissare brevi schemi su ritagli di carta. La sua era una
predicazione del cuore, quasi un'esortazione umile agli umili,
ma tutta parola di Dio per scuotere e convertire. Predicò
l'ultima quaresima a Sassocorvaro.
Durante il viaggio, sempre a piedi, dovette fermarsi ad Urbania
per inedia. Dopo una decina di prediche dovette rinunciare.
Trasportato a Urbino, e poi a Fossombrone, dovette subire
un'ennesima operazione di ernia, che lo ridusse in fin di
vita. Allora si fece mettere un crocifisso sopra un tavolino
e vi teneva fisso lo sguardo concentrandosi nello spirito
e se talora qualcuno gli si frapponeva, accennava subito di
levarsi di mezzo. Rimase cosí in silenzio, come se
riposasse quietamente, tanto che i frati appena appena si
accorsero quando si spense come una candela il 30 aprile 1625,
nella luce della Passione che volle gli fosse letta. Aveva
quasi 65 anni di età e 41 di vita religiosa.
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