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EVANGELIZZATORE DEI POVERI
Giuseppe da Leonessa era, come tutti i santi,
assai schivo di se stesso, ma in certe occasioni, specie all'inizio
e alla fine della sua vita sacerdotale, rivelò alcuni
motivi di fondo sui quali sviluppò tutta la sua esistenza
e attività. Infatti, poco prima di essere ordinato
sacerdote, nel 1580, scrisse a Perugia di proprio pugno, in
latino, un'orazione programmatica nella quale c'è tutto
il futuro santo: l'amore di Dio e del prossimo che lo fa anelare
al martirio, l'umile sottomissione alla santa madre Chiesa,
filiale affidamento alla Vergine Maria, singolare devozione
all'angelo custode, ai santi angeli e al serafico padre san
Francesco. Trentadue anni piú tardi, poco prima di
morire, scrisse tre lunghe lettere per riaffermare la sua
fedeltà all'insegnamento della Chiesa, perché
"solo questa dottrina gli garantiva la sicurezza di salvarsi
nella vera fede". In questa fede della Chiesa egli praticò
e visse con decisione l'opzione fondamentale del Vangelo di
Gesú: "Evangelizzare i poveri". È
questo lo sfondo reale e ideale sul quale si colloca tutta
la sua biografia.
Nato a Leonessa nell'Alta Sabina (Rieti) l'8 gennaio 1556
da Giovanni Desideri e Serafina Paolini, Eufranio (cosí
si chiamava), rimasto orfano a 12 anni, fu avviato da uno
zio agli studi umanistici a Viterbo e poi a Spoleto, dove
maturò la sua vocazione religiosa e, scansando un partito
di nobile maritaggio, furtivamente si ritirò nel conventino
delle "Carcerelle" di Assisi, tra i cappuccini,
emettendovi, concluso l'anno di noviziato, la professione
religiosa l'8 gennaio 1573. A nulla valsero, contro il suo
temperamento forte e volitivo, i tentativi dei parenti per
riportarlo a casa. Avviato agli studi, manifestò una
viva attenzione per la cultura, in funzione di un apostolato
serio e illuminato.
Amò la dottrina di san Bonaventura, seguendo l'indirizzo
cappuccino allora prevalente che vedeva in essa una armoniosa
sintesi tra spiritualità contemplativa e slancio apostolico.
Sunteggiò, tra l'altro, un'opera intitolata "Monarchia",
in cui era evidente l'influsso delle operette del Dottore
serafico "Itinerarium mentis in Deum" e "De
reductione artium ad theologiam". Si preparò all'apostolato
con un serio studio della teologia, della sacra Scrittura
e della morale, attento alle esigenze della restaurazione
religiosa postridentina. Ordinato sacerdote ad Amelia il 24
settembre 1580, continuò la sua preparazione nel convento
di Lugnano in Teverina.
Pur sentendosi fortemente attratto dalla solitudine contemplativa,
superò il dilemma azione-contemplazione come san Francesco.
In un suo appunto infatti lasciò scritto: "Colui
che ama la vita di contemplazione, ha un grave dovere di uscire
nel mondo a predicare, soprattutto quando le idee del mondo
sono molto confuse e sulla terra abbonda l'iniquità.
Sarebbe iniquo tenere, contro la carità, ciò
che solo per carità è stato istituito e donato".
Ricevuta il 21 maggio 1581 la patente di predicazione dal
vicario generale dell'Ordine, Giuseppe si dedicò immediatamente
ad evangelizzare i poveri nei villaggi di campagna e tra i
paesini disseminati sui monti dell'Umbria, Lazio e Abruzzo.
Avrebbe potuto diventare un predicatore famoso per le sue
doti di mente e di cuore, cavalcando pulpiti di città,
ma egli preferí predicare solo nei piccoli paesi: si
considerò sempre un predicatore per contadini, pastori,
montanari e bambini.
Lo slancio e il tono della sua predicazione apparvero chiari
fin dall'inizio, come viene largamente documentato nei processi
che riportano un episodio dove c'è tutto il carattere
e la personalità di padre Giuseppe. Imperversava il
banditismo nelle zone appenniniche del centro Italia. Una
cinquantina di questi banditi desolavano il paese di Arquata
del Tronto e nessuno riusciva a domarli, neanche la forza
pubblica. Giunto in quel luogo per motivi di questua, padre
Giuseppe fu pregato di porvi rimedio. Egli andò a cercarli
nei loro nascondigli tra i monti e riuscí a radunarli
in una chiesetta. Poi impugnando il suo Crocifisso li convinse
a mutare vita. Essi divennero docili e compunti e furono tra
i piú assidui ascoltatori delle sue prediche, quando
il santo venne a predicarvi la quaresima. Il segreto di questo
successo, se si ricollega al carattere indomito del personaggio,
è da attribuirsi però soprattutto alla sua intima
unione con Dio, coltivata nello spirito con una preghiera
incessante. Questo è stato benissimo avvertito nei
processi, dove leggiamo: "Con facilità grande
raccoglieva le potenze dell'anima dentro di sé per
goder con maggior gusto il suo Dio, e non solo nel tempo dell'orazione,
ma in tutti i tempi. Mentre andava per viaggio, abbracciava
il suo crocifisso e se ne internava in maniera tale in quelle
piaghe che, secondo li misteri che contemplava, la sua faccia
cambiava colore, ora macilenta e incenerita, ora cosí
rubiconda e rossa che pareva tutta fuoco e la testa fumante,
come avesse internamente una fornace grandissima di fuoco;
il che gli avveniva anche nei vari discorsi che faceva".
Nel 1587 venne inviato missionario a Costantinopoli e assistette
gli schiavi cristiani e gli appestati. Il suo zelo riuscí
a convertire anche un vescovo greco, e lo spinse ad affrontare
lo stesso sultano Murad III per intercedere a favore dei suoi
assistiti; ma qui, in odio alla fede, venne catturato e condannato
al tormento del gancio, appeso ad una trave con un uncino
ai tendini della mano destra e un altro al piede destro. Doveva
cosí attendere, fra dolori atroci, la morte in una
lenta agonia. Salvato miracolosamente dopo tre giorni (da
un angelo o per intervento umano), e prontamente ristabilito,
ritornò, nella pienezza dei suoi 33 anni, nel 1589,
in Italia dove riprese la sua prediletta predicazione itinerante,
attraverso l'Abruzzo e l'Umbria, per monti e valli, in quei
luoghi aspri e vili "dove non volevano andare gli altri".
I compagni che lo seguivano erano messi a dura prova e difficilmente
resistevano a quelle continue marce forzate, anche nelle piú
avverse condizioni climatiche e con assoluta insufficienza
di cibo. Egli predicava piú volte al giorno e in diversi
villaggi, insegnava catechismo ai poveri contadini e ai bambini.
Era una predicazione tutta evangelica, con forti risvolti
di giustizia sociale. Egli vedeva Gesú nei poveri,
come lo contemplava nel Crocifisso e nel Tabernacolo e per
essi sapeva adattarsi a fare di tutto, anche l'impossibile,
come fondare monti frumentari con un pugno di frumento raccattato
per le case, organizzare Monti di Pietà e modesti ospizi
per i viandanti e pellegrini e piccoli ospedali per gli ammalati.
Quante volte ritorna nelle deposizioni processuali il suo
amore materno verso questi poveretti cenciosi e miserabili,
che egli "metteva a nuovo" con vestiti raccogliticci
e scarpe rudimentali inventate dalla sua fantasia per difenderli
dal freddo, con una pulizia generale igienica, tosandoli,
spidocchiandoli, lavando loro le ferite, distribuendo loro
il cibo ricevuto in elemosina; oppure la sua ansia di educare
i bambini alla pietà, facendo imparare a memoria le
preghiere cristiane e il catechismo, nello spirito del concilio
di Trento.
La sua carità si estendeva anche alle carceri, dave
assisteva i condannati a morte e cercava sempre, anche a rischio
della vita, di portare pace tra famiglie rivali e di eliminare
ingiustizie, oppressioni e discordie. Col Crocifisso in mano,
impugnato come una spada, non esitava a entrare nella mischia
per convincere alla pace e al perdono. Dice un testimone:
"Dove sentiva risse e odi, subito vi andava per la speranza
che aveva di ridurli alla vita eterna; né riguardava
a tempi, a nevi, a luoghi impraticabili, ché per questo
piú volte gli cascarono le unghie dai piedi, come a
Leonessa, a Montereale e all'Amatrice". Attingeva questo
ardore dal Tabernacolo, davanti al quale passava molte ore,
anche notturne, in orazione, e dal Crocifisso, che portava
di continuo sul petto. Amava piantare grosse e pesanti croci
sulle cime dei monti, trasportandole a spalle processionalmente.
Dopo una brevissima permanenza a Leonessa, sfinito dalle fatiche,
logorato dalla penitenza e tormentato da un male inguaribile,
trascorse gli ultimi giorni nel convento di Amatrice e qui,
a 56 anni, incontrò la morte il 4 febbraio 1612, giorno
di sabato. Il processo informativo iniziato a Spoleto e interrotto
nel 1615, fu ripreso nel 1628. Altri processi informativi
vennero promossi ad Ascoli e a Rieti. Il processo apostolico
ebbe luogo a Leonessa nel 1629-1633 e 1639-1641. La ricognizione
di tutti i processi apostolici avvenne nel 1669-1670. Vennero
esaminati anche i numerosi manoscritti, piccoli codici di
sottilissima scrittura, quasi tutti attinenti alla predicazione.
Venne beatificato da Clemente XII il 22 giugno 1737 e canonizzato
nel 1746, il 29 giugno, da Benedetto XIV.
La sua festa si celebra il 4 febbraio. È un santo assai
popolare e conteso fra Amatrice e Leonessa, di cui era stato
nominato compatrono. Ma il popolo di Leonessa il 18 ottobre
1639, approfittando del terremoto, con fulminea e furtiva
incursione, perpetrò il "sacro furto" rubando
il corpo che ora è venerato nel santuario a lui dedicato
nella sua città. Si formarono anche delle confraternite
nel suo nome ad Otricoli, Amatrice e a Leonessa, alcune delle
quali ancora sussistono. Pio XII lo proclamò patrono
delle Missioni in Turchia. Egli è patrono minus principalis
della provincia cappuccina d'Abruzzo insieme a san Bernardino
da Siena. Paolo VI lo proclamò patrono principale di
Leonessa.
Emblemi caratteristici della sua iconografia sono strumenti
penitenziali o il martirio del gancio o il crocifisso in mano.
Una rivista assai vivace, "Leonessa e il suo Santo",
mantiene viva tra il popolo la spiritualità e la memoria
del santo.
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