Massmedia - Cronache Francescane

VeronaFedele, 23 giugno 2011

'La Chiesa non deve perdere l'Europa' (di Giuditta Bolognesi)

Il cardinale Claudio Hummes aveva già visitato il lago di Garda alcuni anni or sono, ma non era mai stato a Peschiera, dove lo ha recentemente condotto la celebrazione dell'incoronazione della Madonna del Frassino a Regina del Garda.

Il porporato francescano, 73 anni, Prefetto della Congregazione per il Clero, è originario della diocesi di Porto Alegre in Brasile. Frate minore, laureatosi in Filosofia a Roma con una tesi su Maurice Blondel, è stato ordinato vescovo nel 1975, svolgendo il proprio ministero prima come coadiutore quindi come titolare della diocesi di Santo André: 21 anni nei quali si è distinto anche per la sua opera a difesa dei lavoratori, quale vescovo responsabile della Pastorale operaia in tutto il Brasile.

Nominato nel 1996 arcivescovo di Fortaleza, è stato uno degli artefici del secondo "Incontro mondiale delle famiglie" tenutosi a Rio de Janeiro nel 1997 con papa Giovanni Paolo II che l'anno seguente lo ha nominato arcivescovo metropolita di San Paolo. Dal 31 ottobre 2006 è Prefetto della Congregazione per il Clero.

- Eminenza, dopo otto anni a capo di una diocesi molto popolosa, da meno di uno è alla guida della Congregazione per il clero. Un grande cambiamento, anche a livello personale. Nostalgia del Brasile e del contatto diretto con la sua gente?

«Senz'altro. San Paolo mi ha sempre molto coinvolto: dal '75 al '96 ho vissuto il mio primo incarico da vescovo nella periferia di questa grande città, in una regione industriale dove è nato il movimento di Lula, l'attuale presidente del Brasile. Quindi per otto anni e mezzo ho guidato l'arcidiocesi cui fa riferimento la zona del centro di San Paolo: sei milioni di persone delle 19 che abitano questa metropoli, tra le più grandi del mondo. Dunque l'esperienza di San Paolo mi ha lasciato molti buoni ricordi e un grande sentimento di nostalgia, di saudade come diciamo noi».

- In cosa consiste l'attività del dicastero da lei presieduto?

«Ci sono tre competenze principali. In primo luogo si occupa di tutte le questioni che riguardano i sacerdoti: sia dal punto di vista pastorale - una dimensione molto importante per la Congregazione - che amministrativo-legislativo. Ad esempio la richiesta di dispensa dal celibato, o eventuali ricorsi di chi desidera cambiare sede. Vi è poi l'ufficio dei Beni ecclesiastici: la Congregazione ha il compito di sorvegliare questi beni e di concedere l'autorizzazione alla vendita quando si tratta di cessioni che superano i valori entro i quali è concesso ai vescovi di agire liberamente secondo le leggi canoniche attuali. Infine il terzo grande compito del dicastero è quello di esprimersi e approvare tutto ciò che ha a che fare con la catechesi nel mondo».

- Dal suo particolare osservatorio, quali sono i lati più belli e quali i più critici della realtà del clero nel mondo?

«La stragrande maggioranza dei sacerdoti sono uomini che ammiriamo per il loro servizio, il loro animo, la disponibilità a spendere tutta la vita in questo ministero che coinvolge molto e richiede altrettanto. In tutto il mondo ci sono circa 406mila sacerdoti e la gran parte di loro sacrifica tutta la vita, anche il diritto di farsi una famiglia. Tutto questo merita ammirazione. Ovviamente ci sono anche delle ombre: esiste una piccola minoranza che ha problemi di condotta morale e questo preoccupa molto la Chiesa».

- Si riferisce ai casi di pedofilia?

«Sì. Un problema gravissimo, ma che affligge tutta la società. Pensiamo ai minorenni coinvolti nella prostituzione, al turismo sessuale... Questo vuol dire che la società deve veramente riflettere su se stessa e non puntare il dito solo contro la Chiesa».

- Quali sono le maggiori interpellanze e le necessità circa la formazione del clero nell'attuale contesto culturale europeo e occidentale?

«La Chiesa cattolica ha due grandi sfide: la prima è non perdere l'Europa. La nuova evangelizzazione del continente è compito urgentissimo. Il Papa fa uno sforzo personale e molto grande per spingere la Chiesa a non fermarsi dall'essere missionaria anche in Europa. Perché qui nel vecchio continente sono le fondamenta del cristianesimo».

- La seconda sfida?

«Quella di non perdere l'America Latina per il suo valore simbolico: è il più grande continente cattolico e adesso è soggetta al rischio delle sette, con la loro aggressività a volte, come in Brasile, apertamente anti-cattolica. Si tratta di un problema nuovo: come essere missionari in regioni come queste? Dunque la Chiesa deve dare ai sacerdoti l'opportunità di una formazione permanente perché il mondo è cambiato molto e continua a mutare velocemente. La cultura post-moderna richiede che ai sacerdoti vengano dati gli strumenti per portare il Vangelo di Cristo a una società che non si riconosce più cristiana e a volte si mostra indifferente, se non anti-religiosa. In questa società il sacerdote non è più appoggiato o accolto come una volta; dobbiamo allora ri-preparare i sacerdoti ad entrare in questo contesto e a vivere comunque con gioia la vocazione e il loro servizio».

- In che modo tornare ad essere missionari?

«Anzitutto nel proprio territorio, e non soltanto nei Paesi e nelle regioni del mondo dove il Vangelo è poco o per niente arrivato. Occorre essere capaci di organizzarci ed uscire di nuovo dalle comunità verso la gente, verso la società; riportare la barca al largo, come diceva papa Giovanni Paolo II, non avere paura o essere scoraggiati ma prendere il coraggio, sulla parola di Gesù, e andare di nuovo in missione in Europa, in America Latina, dappertutto. Cercare i cattolici che si sono allontanati, ma che noi abbiamo battezzato. Loro hanno il diritto di essere trovati ed evangelizzati da noi».

- I preti entrano spesso nelle cronache dei giornali per i casi di pedofilia, di violazione del celibato. Fatti gravi, ma che oscurano l'impegno e la dedizione quotidiana di molti pastori a beneficio del popolo di Dio. Esiste anche un problema da parte dei mass media nei confronti della Chiesa?

«Molte volte la comunicazione soffre di sensazionalismo: perché procura soldi, fa vendere notizie. Ma i media dovrebbero avere la responsabilità di informare la società anche sugli aspetti positivi e non solo su quelli negativi. Per quanto concerne il clero, ripeto, non ci sono solo pedofili o sacerdoti che vengono meno al voto del celibato. La grandissima maggioranza sono uomini ammirevoli nel loro servizio alla gente, ai poveri, ai bisognosi. Molti lavori che nessuno vuole fare. Ho visitato a Peschiera "La nostra casa" di don Bruno Pozzetti, da anni impegnata nell'accoglienza dei disabili. Chi porta avanti queste iniziative? Normalmente sono sacerdoti; insieme ad altra gente, ovviamente».

- Come vede la situazione attuale della famiglia?

«La famiglia vive una crisi immensa. È immersa in un tunnel buio e non si sa dove approderà. Ma la Chiesa sta compiendo un grande sforzo per salvare la famiglia perché tutto indica che è la cellula fondamentale della società. Se la famiglia soffre, soffre anche tutta la società».

- Qual è la causa di tutto questo?

«La situazione è frutto di un progresso e di una cultura che non hanno ancora trovato il loro equilibrio. Le scienze e le tecnologie hanno compiuto grandissimi passi avanti: questo è positivo, ma ha anche generato l'idea che noi siamo signori di ogni cosa e possiamo cambiare tutto».

- Veniamo alla sua presenza al Santuario della Madonna del Frassino di Peschiera. Si è parlato di una società poco religiosa. Eppure i pellegrinaggi ai santuari sembrano non conoscere crisi. Come mai?

«In effetti i santuari hanno una vocazione speciale nel mondo urbano. Sono luoghi dove la gente va per rinnovare il proprio rapporto con Dio. In molti non frequentano la propria parrocchia o la Messa ma vanno al Santuario dove si accostano alla Confessione rinnovando il dialogo con Dio. C'è un canto brasiliano, molto conosciuto, che parla di un pellegrino cui tutto è andato male. Entrato nel santuario spiega che lui non sa pregare: ma è venuto ugualmente, solo per mostrare i suoi occhi. Ecco, il pellegrinaggio porta al santuario molta gente che in quel luogo non si sente sola nella propria fede però, allo stesso tempo, nessuno conosce e dunque sente di essere sola con Dio».

Giuditta Bolognesi