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La lettera pastorale del vescovo di Novara, un ritorno alle radici del credere e la necessità di limitare la perenne apertura di negozi e attività commerciali
di Gianfranco Quaglia
«Come stai con la tua fede?». La domanda è rivolta dal vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, ai 560.000 abitanti della sua lunga diocesi, che va dal Monte Rosa sino alla Lomellina pavese, abbracciando quattro province tra Piemonte e Lombardia. Il quesito, così declinato nella sua provocazione, è anche il titolo della lettera pastorale che Brambilla, alla guida della diocesi da sei mesi, pone in tono quasi perentorio.
«In realtà - spiega - voglio invitare ciascuno a fare il check-up della propria fede, a chiedersi se la fede che sente, vive, professa, c’entra con la sua umanità, sta cioè al centro di ciò che desidera e sogna. La vita con tutte le sue relazioni sta in piedi senza la fede? La libertà dell’uomo è possibile senza credere. Forse è facile intuire il senso della mia domanda solo se cambiamo il verbo: è possibile vivere senza sperare?».
Novantuno pagine, corredate da immagini che ripropongono il «Giudizio universale» nel Battistero della Cattedrale novarese, ricche di spunti e capitoli mirati all’introspezione di ciascuno di noi. Il check-up di Brambilla non sarà soltanto un mero esercizio individuale, ma un intenso rapporto con i fedeli sollecitati a dialogare con il vescovo. Lui andrà sul posto, a partire da quello geograficamente più lontano, in quell’Ossola che confina con la Svizzera, per fermarsi sul territorio circa due mesi a più riprese. E così avverrà poi negli altri vicariati.
Insomma, una presenza a contatto con il reale con un presule itinerante. «Il mio primo gesto è la scelta di abitare un vicariato all’anno. Essa si pone in un orizzonte più vasto, che chiamo Prospettiva 2020. A Dio piacendo mi propongo di visitare, uno per ogni anno, gli otto vicariati della diocesi. Andrò in giro tra la gente, solo nel rapporto di prossimità la gente ritrova risorse, energia e speranza».
E nella valigia del suo viaggio monsignor Brambilla non dimentica alcun particolare, neppure il «termometro» che misura il grado di santificazione della festa. «Perchè - scrive nella pastorale - la festa e la domenica restano l’ultimo serbatoio di resistenza alla riduzione dell’uomo alla funzione di macchina».
E aggiunge: «Sulla mia scrivania conservo un pacco di lettere di donne. Mi hanno scritto che si vedono costrette a lavorare di domenica perdendo il senso della festa, delle relazioni familiari, della presenza con i figli. Non è necessario esere estremisti: mi domando però se la ‘’domenica sempre aperto’’ possa giustificarsi come un servizio sociale essenziale. Con la domenica e la festa l’uomo e la donna smettono i panni dell’esere-di-produzione e mettono il vestito nuovo dell’essere-di-relazione».
www.vaticaninsider.lastampa.it
26/09/2012
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