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“Una condanna troppo mite. Quindici anni per un crimine brutale commesso volontariamente mi sembrano veramente pochi”. La sentenza con cui il tribunale di Adana ha condannato Murat Altun, il killer di mons. Luigi Padovese, ucciso a Iskenderun il 3 giugno 2010, non soddisfa l’entourage del vescovo di origini milanesi che all’epoca era vicario apostolico di Anatolia. Uno dei suoi più stretti collaboratori, John Farhad, lo dice al Sir con chiarezza: “Murat, in caso di buona condotta, potrebbe uscire fra sei anni e cinque mesi, avendo già scontato tre anni di reclusione. Secondo noi è una pena troppo mite. Avremmo voluto una sentenza più giusta, più equa”.
Farhad, che ha seguito personalmente tutte e nove le udienze in tribunale, parla anche di “sentenza inattesa”: “Pensavamo di dovere attendere altri due mesi per il giudizio che invece è arrivato martedì scorso, 22 gennaio, dopo solo dodici minuti di Camera di consiglio”. Il collaboratore di mons. Padovese riferisce anche le parole di Altun all’udienza: “Sono profondamente pentito del gesto. Mi dispiace ma in quel momento non ero padrone di me stesso. Mons. Padovese era l’ultima persona cui avrei voluto far del male”. “Non cerchiamo vendetta ma giustizia. In discussione non c’è il perdono ma una sentenza giusta” ribadisce Farhad che sottolinea “di non avere nulla contro Altun e la sua famiglia. Chiediamo solo giustizia per un crimine brutale”.
Agenzia SIR, giovedì 24 gennaio 2013, www.agensir.it